Il seminario XV di Jacques Lacan, intitolato "L'atto psicoanalitico" (1967-1968), segna un punto di svolta cruciale nell'insegnamento lacaniano. In questo testo, Lacan si propone di isolare la struttura intrinseca dell'atto psicoanalitico, ridefinendo il rapporto tra la conclusione di un'analisi, la posizione dell'analista e la natura stessa dell'inconscio. L'analisi di Alex Pagliardini, in occasione della pubblicazione italiana del seminario, ne attraversa gli snodi concettuali più significativi, rivelando la radicalità della proposta lacaniana: la fine dell'analisi non è una conquista soggettiva, ma un atto che si esaurisce nella sua stessa insorgenza e ripetizione.
La Strettoia dell'Atto: Fine dell'Analisi come Evento

Lacan, nel Seminario XV, tenta di definire l'atto psicoanalitico (o atto analitico) a partire dalla "fine analisi". Questa operazione ha un doppio impatto. Da un lato, la fine dell'analisi viene ripensata: non più come realizzazione o conquista, ma come un atto, un evento che si consuma nella sua stessa manifestazione e ripetizione. L'accento si sposta dal risultato dell'atto al suo modo di essere, privilegiando l'insorgenza e il passo piuttosto che il raggiungimento di uno stato o la realizzazione di una potenza. Questo conferisce alla fine dell'analisi una certa indeterminatezza, una riduzione al minimo.
Dall'altro lato, l'atto analitico viene concepito come un'insistenza della fine-analisi-atto. L'atto analitico viene così "stringato" in una sorta di strettoia, ridotto all'insistere della conclusione analitica, alla sua intrinseca ripetizione. Questo movimento, in cui la fine dell'analisi diventa un atto che insiste e si ripete, è ciò che definisce la posizione dell'analista. L'analista stesso appare come il prodotto di questo atto, quasi nient'altro che l'atto analitico nella sua insistenza. La fine analisi-atto si riduce così alla sua stessa persistenza, all'atto che non produce altro che sé stesso nella sua ripetizione.
Il Doppio Movimento: Istituzione e Riduzione a Scarto
Il cuore dell'argomentazione del Seminario XV risiede nel doppio movimento che definisce l'atto psicoanalitico. Questo movimento consiste nell'istituzione di un processo e nella sua simultanea riduzione a scarto. È attraverso questo doppio movimento che Lacan individua la possibilità di trattare la "fatalità del godimento".
Questo doppio movimento si articola in diversi livelli:
- Istituzione dell'Inconscio e sua Riduzione a Scarto: L'atto analitico dà origine all'inconscio, ma allo stesso tempo lo riduce a ciò che eccede e manca a questo stesso processo.
- Insorgenza della Soggettività e sua Riduzione a Scarto: L'atto analitico fa emergere il soggetto, ma lo reintroduce in una dinamica di scarto, impedendone una piena e compiuta realizzazione.
- Attivazione del Soggetto Supposto Sapere e sua Riduzione all'Oggetto a: L'atto analitico attiva la figura del "soggetto supposto sapere" (l'analizzante che crede che l'analista sappia), ma questo sapere viene simultaneamente ridotto, trasformandosi nell'oggetto a, quel residuo incalcolabile che sfugge alla significazione. Come afferma Lacan, "questo oggetto viene al posto del soggetto supposto sapere". È in questa riduzione che si manifesta la struttura dell'atto analitico: l'emergere di un processo che si risolve in scarto.

La Peculiarità dello Scarto Analitico
Lacan distingue lo scarto dell'atto analitico da altre forme di scarto, come quello cristiano, cinico, socratico, sacro o sadico-masochista. Mentre queste forme di scarto implicano un "scarto al posto dell'atto" o uno "scarto che supplisce a qualcosa", lo scarto dell'atto analitico è intrinseco all'atto stesso. È l'atto che si fa scarto, il doppio movimento che si risolve in scarto.
Per questo motivo, lo scarto dell'atto analitico è uno "scarto senza connotazioni", uno "scarto vuoto", che porta la cifra di una svista. Non è un caso che Lacan lo definisca un "buon buco". A differenza dello scarto che realizza il fantasma, lo scarto-atto è una rottura del fantasma.
L'Analista e l'Analizzante: Ruoli nello Scarto
La collocazione del doppio movimento (istituzione e riduzione a scarto) varia tra il versante dell'analizzante e quello dell'analista.
- L'analista insiste nell'atto, nella ripetizione del doppio movimento. L'analizzante si trova preso nel rapporto tra questo doppio movimento e il proprio sintomo.
- Il compito dell'analizzante, che culmina nella fine dell'analisi-atto, lo porta a diventare analista, ovvero a incarnare il doppio movimento in atto, a farsi scarto.
- Nel momento in cui l'analizzante si ritrova analista, l'analista precedente "cade come analista", cessando di stare nel doppio movimento dell'atto. Si ritrova non più come scarto-atto, ma come "scarto inerme", "l'essere rigettato alla stregua dell'oggetto a".
- Questa inermità, questa caduta, indica ciò che è propriamente in gioco nel diventare scarto: non un rilancio continuo, ma una fissa insistenza.
La Fatalità del Godimento e la Necessità dello Scarto
La domanda fondamentale che emerge è: perché diventare-farsi scarto? La risposta di Lacan è netta: "non c'è altro modo" (almeno in psicoanalisi) per trattare la fatalità del godimento.
La fatalità del godimento, e la fissazione che ne consegue (il fantasma), non possono essere alterate dalla soggettivazione. Possono essere affrontate solo attraverso la "strettoia" dell'atto analitico, il suo doppio movimento. Lo scarto insistito dell'atto analitico è l'unica risposta possibile alla fissa fatalità del godimento. Farsi scarto equivale a ritrovarsi nell'atto psicoanalitico: è il movimento di soggettivazione della fatalità del godimento e la sua riduzione a scarto, uno scarto di godimento.
Lacan e HegeI - Il godimento è il godimento dell'Altro- Psicanalisi e filosofia #26
La Passe: Verifica dell'Atto Analitico
La definizione della fine dell'analisi come atto porta Lacan a creare una procedura di verifica: la "passe". La passe è necessaria per diverse ragioni:
- Verifica della Singolarità: La "strettoia" dell'atto, il diventare scarto, deve essere verificata caso per caso come un modo efficace per trattare la fatalità del godimento e per accertare la sua singolarità. Senza questa verifica, si rischia di idealizzare lo scarto, facendolo rientrare in logiche di scambio e guadagno.
- Consistenza della Minima Fine dell'Analisi: La fine dell'analisi, ridotta ad atto, ha una consistenza minima che la espone a rischi come la retorica, la mistica, l'iniziazione o il sentimentalismo. La passe conferisce sostanza a questa esilità, trasformandola da deficit a singolarità, a "saetta".
La passe non marca tanto la singolarità in sé (il che potrebbe ricadere in un sentimentalismo umanista), quanto l'esigenza di dimostrare che qualcosa di effettivamente singolare si è prodotto nell'atto analitico, qualcosa che non è che del singolare. In questo modo, la singolarità diventa solida, intrasmissibile, e si può trasmetterne "qualcosa di innegabile".
L'Atto Psicoanalitico: Oltre l'Azione
Secondo Gil Caroz, l'atto in psicoanalisi è un superamento, una trasgressione, un nuovo inizio creatore. Ogni atto è un atto di nascita, un colpo di stato che cambia ciò che viene prima. L'atto è significativo, non perché rappresenta il soggetto, ma perché lo istituisce. Il significante trasforma un semplice movimento in un atto.
Nella cura, c'è una ripartizione: l'analizzante è dal lato del fare, l'analista da quello dell'atto. Intraprendere un trattamento implica un'abdicazione all'atto da parte dell'analizzante. L'analista, avendo compiuto l'atto di portare a termine la propria analisi, può garantire l'atto di iniziare nuove analisi. L'analista non si agita, ma sostiene e autorizza una parola che si faccia atto, che abbia conseguenze trasformative. Tuttavia, in alcuni casi, è importante che il "dopo" rimanga come prima; non si tratta sempre di portare il soggetto verso il nuovo.
L'analista non si fa carico della verità, ma permette all'analizzante di accedervi, risultando come scarto di questa operazione. Freud, ponendo l'inconscio, ha compiuto un atto che ha rotto con il cogito cartesiano. L'inconscio, per Lacan, deve essere prodotto nell'analisi, e l'analista è fondamentale in questo processo.
L'Atto come Evento di Discorso e Rottura
L'atto, per Lacan, è un evento attraverso cui il registro simbolico produce effetti nel reale. È un "evento di discorso" in cui un significante si impone in modo nuovo, trasformando radicalmente il soggetto. A differenza dell'azione (intenzionale) o del riflesso (reattivo), l'atto è inconscio, si autorizza da sé, non ha una causa o uno scopo diretto. È un evento di rottura che ridistribuisce le carte, modificando il rapporto tra i significanti.
Persino un'azione o un riflesso possono valere come atto se le loro conseguenze vanno oltre le aspettative dell'io. Ogni atto è etico perché mette in gioco la responsabilità del soggetto. Gli atti mancati sono il prototipo dell'atto riuscito, in cui il desiderio inconscio si libera dai freni della coscienza.
Il passaggio del Rubicone di Giulio Cesare è citato da Lacan come esempio di atto. Un'azione apparentemente semplice con conseguenze stravolgenti. L'atto non rafforza l'io, ma lo sospende, lo dissolve. L'atto è un evento unico, inimitabile nella sua essenza, sebbene la sua imitazione possa paradossalmente valere come atto per i suoi effetti.
L'Atto Psicoanalitico: Taglio Fondativo della Pratica
L'atto psicoanalitico non è l'atto secondo la psicoanalisi, ma l'atto della psicoanalisi, il taglio che istituisce la pratica analitica. È il rovescio o la negazione dell'azione. Lo psicoanalista non è chi esercita la professione, ma chi si è fatto tale attraverso un atto analitico, un evento che certifica che c'è stata psicoanalisi.
L'atto psicoanalitico realizza la sua pienezza solo "a posteriori". Il senso di un sintomo o di un lapsus ci appare solo quando non sono più fonte di sofferenza o errore. Lo psicoanalista è tale esclusivamente post-facto, rispetto a un trattamento portato a termine. L'incertezza sulla natura di un'analisi è ciò che la distingue dalle altre psicoterapie.
Lo psicoanalista, alla fine di una cura, non è un guaritore, ma incarna l'oggetto a, il residuo, la "cosa rigettata". L'analista diventa scarto, passa da soggetto supposto sapere a oggetto di troppo. La trasformazione dell'analista in oggetto a è la prova tangibile che c'è stata psicoanalisi.
Semi-dire e il Ruolo dell'Oggetto a
Nel discorso dell'analista, l'S2 (sapere) non viene riassorbito in nuove formulazioni, ma rimane come sapere supposto, collegato alla verità. Lacan parla di "semi-dire", non la pretesa di dire tutta la verità, ma un mutamento dei presupposti del lavoro analitico.
Il passaggio dal discorso dell'isterica a quello dell'analista comporta:
- L'oggetto a diventa sembiante di un sapere (S2) che sta nel luogo della verità.
- L'oggetto a spinge l'interrogazione della divisione soggettiva ($) per produrre S1 come residuo inassimilabile.
L'Analista come Scarto e l'Estrazione dell'Oggetto a
L'analista, nel suo discorso, si fa sembiante dell'oggetto a. In un primo tempo, l'analista è sembiante dell'oggetto a scartato nel discorso del padrone, sostenendo il fantasma. In un secondo tempo, evidenzia la differenza tra l'oggetto a come sembiante di una verità (fantasmatica) e l'oggetto a prodotto dal tratto unario (S1).
L'analista opera una divaricazione tra l'oggetto a come sembiante di verità e l'oggetto a incarnato nella propria modalità di godere. L'estrazione dell'oggetto a dal campo dell'Altro condiziona il rapporto tra analizzante e analista. L'atto analitico trasforma la posizione dell'analista, che si rivelerà analoga a quella dell'oggetto a come sembiante.
L'analista sa differenziare la propria posizione come sembiante di verità da quella di godimento scartato-prodotto che l'analizzante assumerà con l'atto analitico, diventando analista. L'atto analitico permette al soggetto di assumersi il proprio marchio di godimento e di distinguere ciò che è proprio godimento da ciò che è sembiante di sapere. Il passaggio dal sapere al saperci-fare conduce l'analizzante dal primato dell'S1 alla sua chiusura come lettera del proprio non essere rappresentato.
Acting Out e Passaggio all'Atto: Due Modi di Affrontare il Reale
Lacan distingue tra acting out e passaggio all'atto, due modalità di confrontarsi con il reale e il godimento.
- Acting Out: Nell'acting out, l'Altro è sospeso, messo tra parentesi, ma è il destinatario finale dell'azione. L'Altro del linguaggio viene cortocircuitato, escluso. Al suo posto entra in scena l'oggetto. L'acting out mostra, non dice. È un "agire fuori dall'Altro" (S/ (A) a). Il soggetto crede di ottenere l'oggetto nella realtà per il godimento dell'Altro, ma ottiene piuttosto una "verità di godimento". L'acting out serve a far godere l'Altro. L'analista è chiamato a interpretare l'acting out, a sottolineare ciò che il soggetto ha dato a vedere.
- Passaggio all'Atto: Nel passaggio all'atto, l'Altro non esiste e il soggetto deve confrontarsi da solo con la causa significante e il suo carico di godimento. Vi è un cortocircuito della parola quando questa è senza aldilà. Al posto dell'Altro, emerge una "zona muta della libido", da cui emerge un godimento sregolato che produce il passaggio all'atto in un istante di certezza. A differenza dell'acting out, il passaggio all'atto è "dal lato del soggetto in quanto questo appare cancellato in modo estremo dalla barra". È una risposta del reale che permette la separazione dall'Altro e l'estrazione dell'oggetto cattivo. Il margine d'azione per l'analista è più ristretto: si tratta di permettere al soggetto di localizzare il vuoto che lo abita.
L'atto analitico, in questo contesto, è un momento elettivo che determina un passaggio trasformativo per il soggetto, un effetto del dire che produce una riduzione del godimento sintomatico valutabile retroattivamente. L'analista rinuncia al potere della risposta e della suggestione, rispondendo attraverso atti che scandiscono l'esperienza analitica.
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