I disturbi alimentari, quali l'anoressia e la bulimia, rappresentano condizioni psicologiche complesse che si manifestano attraverso una relazione alterata con il cibo e con il proprio corpo. Accanto a queste, si annoverano anche il binge eating e l'ortoressia, che delineano un quadro eterogeneo di sofferenze legate all'alimentazione. In parallelo, i social media si sono affermati come piattaforme digitali pervasive, capaci di connettere miliardi di persone attraverso la condivisione di contenuti, opinioni, esperienze e interessi. Tra questi due mondi, quello dei disturbi alimentari e quello dei social media, esiste una relazione complessa e, soprattutto, bidirezionale.

La Sfera Digitale e la sua Influenza sui Disturbi Alimentari
Nell'ecosistema dei social media, Instagram emerge come una delle piattaforme più diffuse a livello globale, vantando oltre un miliardo di utenti attivi mensilmente. La sua natura, incentrata sulla condivisione di immagini e video, spesso arricchiti da filtri, effetti e hashtag, la rende particolarmente fertile per la proliferazione di contenuti legati al fitness, alla dieta, alla bellezza e alla moda. In questo contesto, emergono figure di spicco note come "influencer", individui che detengono un'elevata popolarità e credibilità all'interno della rete. Questi personaggi, attraverso la loro visibilità, promuovono frequentemente prodotti, servizi o stili di vita, esercitando un'influenza considerevole sulle opinioni e sui comportamenti dei loro follower.
La correlazione tra Instagram e i disturbi alimentari è stata oggetto di numerosi studi e osservazioni. Gli influencer, in particolare, possono assumere un duplice ruolo in questo scenario. Da un lato, possono rappresentare una forza positiva, utilizzando i social media per accrescere la consapevolezza, diffondere informazioni accurate, educare il pubblico e offrire supporto a coloro che lottano contro i disturbi alimentari. In questo caso, promuovono una visione sana, equilibrata e inclusiva del cibo e del corpo, incoraggiando un rapporto costruttivo con l'alimentazione e l'immagine di sé. Dall'altro lato, tuttavia, il loro impatto può rivelarsi deleterio. Se sfruttano la loro piattaforma per diffondere, incentivare o normalizzare comportamenti e atteggiamenti dannosi per la salute, contribuiscono indirettamente ad esacerbare i problemi legati ai disturbi alimentari.

I social media, in generale, hanno la capacità di modellare l'immagine corporea individuale in modi sia positivi che negativi. L'esito dipende in larga misura dal tipo di contenuti a cui ci si espone, dalla quantità di tempo trascorso online e dalla vulnerabilità personale di ciascun utente. Alcune piattaforme, se utilizzate in modo consapevole, responsabile e costruttivo, possono persino trasformarsi in strumenti di supporto per chi soffre di disturbi alimentari. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che i social media non possono in alcun modo sostituire o risolvere la complessità di tali disturbi. Essi richiedono un intervento multidisciplinare e personalizzato, che integri terapie psicologiche, mediche e nutrizionali. I social media possono agire in modo complementare e integrativo, facilitando il percorso di guarigione, ma non rappresentano una soluzione autonoma.
Sotto l'influenza: il potere degli influencer dei social media
Le Radici Sociali e Psicologiche dei Disturbi Alimentari
L'anoressia e la bulimia sono fenomeni in costante aumento, specialmente tra gli adolescenti e i giovani adulti nei paesi occidentali. Studi epidemiologici internazionali stimano che la prevalenza dell'anoressia nervosa nelle donne di età compresa tra i 12 e i 22 anni oscilli tra lo 0,0% e lo 0,9% (con una media dello 0,3%), mentre quella della bulimia nervosa si attesta tra l'1% e il 2%. Un'ulteriore quota, pari al 3,7-6,4% della popolazione, sarebbe affetta da disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati (DSA-NAS), con un'età media di esordio intorno ai 17 anni. Il rapporto tra femmine e maschi affetti da questi disturbi è di circa 9 a 1, sebbene si registri un aumento del numero di maschi, soprattutto in età adolescenziale e pre-adolescenziale.
Le cause dei disturbi alimentari sono intrinsecamente multifattoriali, non univoche, e comprendono un intreccio di fattori psicologici e biologici. Dal punto di vista sociale, è cruciale considerare il contesto storico ed economico in cui viviamo. Molti paesi occidentali trasmettono messaggi contraddittori e paradossali: da un lato, si è costantemente invitati a un consumo eccessivo e compulsivo di beni, incluso il cibo; dall'altro, la società propone un modello in cui la magrezza, e ancor più una corporeità androgina, sono considerate chiavi per il successo personale e sociale.

Come accennato, anoressia e bulimia insorgono prevalentemente in età adolescenziale, con un'incidenza notevolmente più alta nelle ragazze rispetto ai ragazzi. Se la differenza di genere può essere facilmente correlata a fattori sociali e culturali, l'età di insorgenza è più strettamente legata a fattori individuali e familiari. L'adolescenza è la fase della vita in cui l'identità si sta formando e in cui si ricerca una propria individuazione rispetto alla famiglia d'origine, segnando il passaggio dall'infanzia all'età adulta. Uno dei comportamenti tipici di questa fase è l'opposizione a ciò che proviene dalla famiglia e a ciò che ha caratterizzato la vita fino a quel momento. Nelle adolescenti anoressiche e bulimiche, questa opposizione si manifesta attraverso il rifiuto del cibo (nel caso dell'anoressia) o il vomito autoindotto (nel caso della bulimia).
Allo stesso tempo, il rifiuto del cibo e la conseguente carenza di nutrimento sembrano agire in direzione opposta rispetto al bisogno di individuazione e di affermazione di una propria identità corporea, soprattutto femminile, legata allo sviluppo della sessualità. È proprio in questa ambivalenza che risiede la sofferenza delle ragazze anoressiche: la contrapposizione tra il bisogno di crescere e di affermarsi e l'impossibilità di farlo. Il rifiuto del cibo appare, in questo contesto, come la modalità più efficace per soddisfare entrambi i bisogni apparentemente inconciliabili: da un lato, l'opposizione che sottende la spinta individuativa tipica dell'adolescenza; dall'altro, il non voler abbandonare uno stato di dipendenza infantile, in un "illusorio tentativo di sospendere il tempo" (Onnis, 2014).
La sintomatologia corporea, dunque, non è altro che la punta di un iceberg che nasconde un mondo sommerso di conflittualità irrisolte, di sofferenza individuale e relazionale. Il corpo diventa uno strumento per comunicare ciò che la voce non riesce a esprimere, traducendo stati emozionali profondi e di difficile accesso e comprensione.
Dinamiche Familiari e Difficoltà Interpersonali
Queste dinamiche individuali acquistano significato quando vengono analizzate nel contesto relazionale e familiare in cui emergono, considerando i valori e i modelli relazionali che le influenzano. All'interno di famiglie che possono essere definite psicosomatiche, si riscontrano frequentemente alcune caratteristiche ricorrenti:
- Rigidità: Tendenza a ripetere schemi relazionali immutabili, difficoltà nell'accettare processi di trasformazione e nel tutelare un equilibrio cristallizzato e fragile.
- Invischiamento: I membri della famiglia tendono a invadere pensieri, sentimenti, azioni e comunicazioni altrui. I confini tra gli individui e i sottosistemi generazionali sono labili, con conseguente confusione di funzioni e ruoli, assenza di autonomia e spazi personali.
- Iperprotettività: Preoccupazione eccessiva, sollecitudine e interesse reciproco, focalizzati in particolare sul benessere fisico. Di fronte al sintomo, come quello dell'anoressia, si attiva una mobilitazione familiare che ha la funzione di nascondere altri problemi, difficoltà, dolori o conflitti percepiti come troppo pericolosi o difficili da affrontare.
- Evitamento/Mancanza di risoluzione del conflitto: Tendenza dei membri della famiglia ad agire per evitare che la conflittualità o il disaccordo emergano (Minuchin S., 1980). In questi contesti, sembra difficile tollerare la distanza richiesta dal processo di separazione e individuazione, con una minima sopportazione della conflittualità e il conseguente evitamento della stessa. La crescita di un figlio evoca "fantasmi di rottura" che il sistema familiare non riesce a tollerare (Onnis, 2014).
Le difficoltà interpersonali sono comuni nelle persone con disturbi dell'alimentazione. Generalmente, tali difficoltà tendono a risolversi con il miglioramento del disturbo alimentare e non interferiscono significativamente con il trattamento. Tuttavia, in un sottogruppo di individui, i problemi interpersonali sono marcati, interagiscono con il disturbo alimentare contribuendo a mantenerlo e ostacolano il percorso terapeutico.
Il problema interpersonale più frequente negli adolescenti con disturbi dell'alimentazione è la mancanza di relazioni soddisfacenti. Queste persone possono mancare di abilità sociali o adottare modalità disfunzionali e pervasive di reagire alle relazioni. I conflitti interpersonali si verificano quando una persona e almeno un altro individuo significativo hanno aspettative non reciproche riguardo ai ruoli che dovrebbero ricoprire nella relazione.
In un sottogruppo di adolescenti affetti da disturbi dell'alimentazione, i conflitti interpersonali possono agire come importanti fattori scatenanti e mantenenti il disturbo. Ad esempio, un'adolescente costantemente trattata come una bambina dalla madre, da cui desidererebbe maggiore indipendenza e autonomia, potrebbe utilizzare il controllo sull'alimentazione per affermare la propria autonomia. La madre, a sua volta, potrebbe reagire trattando la figlia ancora più da bambina, innescando un circolo vizioso.
In un altro sottogruppo di adolescenti, le difficoltà legate alla transizione di ruolo rappresentano uno dei principali fattori scatenanti e mantenenti i disturbi dell'alimentazione. Tali transizioni sono comuni in questa fascia d'età e includono cambiamenti significativi come la modificazione della forma corporea, l'inizio di una nuova scuola, le prime esperienze sentimentali e la crescente necessità di autonomia dai genitori. Ad esempio, nella prima adolescenza, lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari e l'abbandono del corpo "sicuro" dell'infanzia, associati a maggiori attenzioni da parte del sesso opposto e alla necessità di sviluppare graduale indipendenza, possono portare una persona a sentirsi fuori controllo. Iniziare una dieta, in questo contesto, può offrire un senso di controllo e riportare il corpo alle fattezze prepuberi, evitando le complessità legate alla maturità sessuale e alla crescita.
Le difficoltà interpersonali contribuiscono a mantenere il disturbo alimentare attraverso vari meccanismi. Le tensioni familiari, ad esempio, possono intensificare la restrizione dietetica, specialmente nelle pazienti più giovani. L'assenza di relazioni soddisfacenti, nota anche come vuoto interpersonale, può danneggiare l'implementazione del trattamento.

Strategie Terapeutiche per le Difficoltà Interpersonali
Per determinare se le difficoltà interpersonali debbano essere affrontate nel trattamento, si procede con l'analisi della storia interpersonale del paziente. Questa procedura aiuta a identificare i problemi interpersonali di maggiore impatto e a valutare l'eventuale presenza di altri problemi interpersonali associati.
La Terapia Cognitivo-Comportamentale per Disturbi Alimentari (CBT-E) include un modulo specifico dedicato al trattamento delle difficoltà interpersonali, con due obiettivi correlati:
- Risolvere il problema o i problemi interpersonali identificati.
- Migliorare il funzionamento interpersonale generale.
Esistono due strategie principali per integrare il trattamento delle difficoltà interpersonali:
- Combinazione con la Psicoterapia Interpersonale (IPT): La CBT-E può essere integrata con la IPT, un trattamento psicologico basato sull'evidenza, specificamente progettato per migliorare il funzionamento interpersonale.
- Utilizzo di strategie cognitivo-comportamentali: Si impiegano strategie e procedure cognitivo-comportamentali per affrontare i principali processi che mantengono le difficoltà interpersonali. Il vantaggio di questo approccio risiede nella coerenza con le strategie utilizzate per trattare il disturbo alimentare, evitando di confondere il paziente e riducendo il rischio di diluire l'efficacia dei singoli interventi. Inoltre, dato che un numero limitato di terapeuti è esperto sia in CBT-E che in IPT, coloro che sono esperti in CBT-E si sentono generalmente più a proprio agio nell'utilizzare strategie e procedure cognitivo-comportamentali.
Il miglioramento delle difficoltà interpersonali può produrre effetti benefici attraverso diversi meccanismi potenziali. Ad esempio, aiutare i pazienti ad affrontare le transizioni di ruolo può essere di grande aiuto per coloro che, a causa del disturbo alimentare, non hanno affrontato le sfide interpersonali naturali dell'adolescenza e della prima età adulta. In altri pazienti, lo sviluppo di domini di autovalutazione che coinvolgono le relazioni interpersonali può indirettamente ridurre l'importanza attribuita al controllo dell'alimentazione, del peso e della forma del corpo.

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