Il Sottile Filo del Discorso: Navigare la Mente in Psicoterapia tra Corpo, Emozione e Linguaggio

La psicoterapia, nella sua essenza, è un viaggio nell'intricato labirinto della mente umana, un'esplorazione che si snoda attraverso il linguaggio, le emozioni e le profonde connessioni con il corpo. L'analisi del discorso, in questo contesto, emerge non come una mera tecnica, ma come una lente privilegiata attraverso cui osservare e comprendere il funzionamento psichico, la sofferenza e il potenziale trasformativo. Questo articolo si propone di addentrarsi nelle sfumature dell'analisi del discorso in psicoterapia, integrando le riflessioni teoriche con spunti neuroscientifici e clinici, per delineare un quadro completo di questo processo fondamentale.

Il Concetto di Mente in una Prospettiva Somato-Psichica

Quando ci si approccia al lavoro clinico con una prospettiva somato-psichica, sorge spontanea la domanda: a quale concetto di mente ci stiamo riferendo? La visione tradizionale che separa nettamente mente e corpo viene qui superata, riconoscendo invece una profonda interconnessione. Antonio Damasio, con le sue ricerche, ha evidenziato come in una dimensione fisiologica dello sviluppo, tutte le emozioni utilizzino il corpo come teatro, modificandone lo stato. La varietà delle risposte emotive è responsabile di profondi cambiamenti tanto del paesaggio del corpo quanto del paesaggio del cervello. Tuttavia, queste modificazioni non necessariamente vengono condivise e trasformate in dinamiche affettive, ma possono transitare per via non verbale in seduta.

Gli affetti, invece, nascono all’interno di una relazione d’oggetto riconosciuta come tale e possono essere intesi, come suggerisce Rayner, come attività dell’Io che permettono al soggetto, quando il suo funzionamento psichico è sufficientemente sano, di cogliere e valutare “le condizioni dell’ambiente e del corpo, così come gli oggetti psichici, come configurazioni integrate”. Apprendere dall’esperienza, dunque, non implica il semplice riconoscimento della modificazione neurofisiologica che il contatto con un determinato oggetto induce, non è recuperare in memoria, ma attivarsi costantemente e consapevolmente in un processo di unione e significazione dei dati acquisiti e dei dati ancora da acquisire. Possiamo quindi affermare che all’origine del sentimento è il corpo, il cui funzionamento, in relazione a tutto ciò che entra in connessione con esso attraverso l’ambiente esterno, viene continuamente registrato in strutture cerebrali permettendo al soggetto la percezione, sia inconscia sia consapevole. Quando lo sviluppo procede in una direzione fisiologica, è nell’area costituita dalle dinamiche d’interazione di corpo e mente che possiamo situare una sorta di sistema interno per scegliere la rotta soggettivamente preferita, e per orientarsi in un ambiente complesso sotto tutti i punti di vista.

Corpo umano connesso a cervello e circuiti neurali

Il Succo del Discorso e l'Interpretazione Insatura

Eugenio Gaburri, nel suo articolo "Il succo del discorso e l’interpretazione insatura" (1998), offre spunti teorici e di tecnica per una riflessione integrata tra psicoanalisi e neuroscienze nel lavoro clinico. Un concetto cardine è quello del "succo del discorso", che si realizza quando il terapeuta coglie e comprende il campo emotivo generato dalla coppia al lavoro e sente che i tempi sono maturi per restituire questo materiale integrato e dotato di senso compiuto al paziente. In altre parole, si produce un'interpretazione che include materiale di natura diversa da quella squisitamente verbale, come immagini o stati corporei, pur privilegiando il raggiungimento di una comunicazione verbale.

L'analista, prestando attenzione non solo al contenuto verbale e affettivo trasmesso dal paziente, ma anche all'impatto delle numerose informazioni che arrivano per via non verbale, può raggiungere un autentico unisono. La sola empatia non è sufficiente; è necessario fare ricorso alla funzione trasgressiva della mente, che consente ad analista e paziente di incontrarsi nelle aree scisse che si sono aggregate producendo angoscia. L'interpretazione insatura, che considera più significati mantenendoli ampi e in sospeso, favorisce nel paziente un movimento di separazione, mantenendo al contempo un clima emotivo caldo e accogliente. Questo permette al paziente di sperimentare quote di dolore più tollerabili e dunque elaborabili, giungendo a poter vivere una trasformazione di aspetti della sua struttura psichica. In questo senso, l'interpretazione insatura consente al paziente di fare uso del succo del discorso che essa veicola, trasformandolo in evento psichico.

Il dispositivo analitico si configura come un sistema di trasformazione attraverso il quale “i processi somatopsichici inconsci acquisiscono le condizioni della rappresentabilità e divengono suscettibili di tradursi in pensieri e in significati”. Il succo del discorso, dunque, non si riferisce solo a un contenuto, ma anche a una specifica qualità dell'ascolto. La possibilità di individuare e utilizzare il succo del discorso consente alla coppia analitica di avvicinare il desiderio del paziente, presente sin dai primi anni di vita, di poter essere compreso intuitivamente, riducendo al minimo lo sforzo comunicativo verbale. Il linguaggio della mente del paziente, nutrito in analisi da interpretazioni orientate al succo del discorso, necessita di “una mente intesa come «apparato per pensare i pensieri»: di una mente che, gemella della psiche e figlia del corpo, dal quale entrambe derivano, oltre a ricorrere al simbolo come rimedio riuscito per superare il dolore della perdita, contenga in sé il desiderio della comunicazione perché progettata su un desiderio atto a cercare il suo «filo del discorso»”.

Il Campo Emotivo e la Trasformazione dei "Somiti"

Elemento centrale nel pensiero di Gaburri è il lavoro psicoanalitico sul campo emotivo. Laddove il campo non sia sufficientemente sviluppato nella direzione di un legame affettivo, si corre il rischio di trovarsi in balia di fenomeni persecutori ed emozioni turbolente non ancora significabili, testimoni di punti di vulnerabilità. Qualora invece il campo sia diventato luogo in grado di fronteggiare l’insorgere di tali fenomeni senza rischiare la rottura del contenitore psichico, allora diviene terreno fecondo per arrivare a una interpretazione significativa. Quest'ultima è un atto verbale che “ha la qualità di riassumere e interpretare il succo del discorso utilizzabile dal paziente per la sua trasformazione”.

Nell’operazione interpretativa, l’analista compie un lavoro di destrutturazione del testo portato dal paziente. Il cambiamento di clima che ne deriva fa sentire il paziente “esposto a rischio per via del legame affettivo che si è sviluppato attraverso il transfert”. Per poter lavorare nella direzione di un succo del discorso che sappia riparare i danni psichici, oltre alla realizzazione formalmente corretta del processo analitico, è necessario che il succo ricercato insieme abbia un valore "eutrofico", ossia che testimoni da un lato un buono stato di nutrizione e dall’altro contribuisca all’evolvere della vita. Il carattere eutrofico del succo del discorso è, dunque, promuovere la spinta alla crescita psichica alimentando l’istanza al cambiamento: materiale emotivo solo ora assimilabile promuoverà introiezioni trasformative, quelle introiezioni risultato della possibilità di tollerare, da parte del paziente, gli aspetti catastrofici collegati al contatto con esperienze primarie di vita e di morte, che sempre si accompagnano alle esperienze di cambiamento.

L'esperienza analitica diviene così un transito che consente di coniugare e trasformare i "somiti" (Bion), ossia quei pensieri rinchiusi ed esclusi nel corpo. L'analista che personifica nel campo le parti scisse favorisce il crearsi del modello di legame che potrà essere il prototipo del significato degli investimenti affettivi che per il paziente psicotico non sono ancora esistiti e per il nevrotico non sono stabili. È necessario, cioè, che l’analista possa personificare il paziente, e così esserlo, grazie al suo coinvolgersi profondamente, anche se solo per un certo tempo, a livello emotivo. Solo in un secondo momento, infatti, il paziente stesso potrà diventare consapevole di qualcosa che riguarda intimamente quel faticoso lavoro di trasformazione che è “far nascere l’altro a sé stessi” (Borgogno).

Diagramma che illustra il flusso di emozioni e pensieri tra corpo e mente

Linguaggio, Coevoluzione e Campi Bipersonali

Il linguaggio, in psicoterapia, non è un semplice veicolo di informazioni, ma un sistema dinamico che si sviluppa in un flusso di interazioni coordinate. Ogni individuo possiede un "idioletto", un'impronta linguistica unica, manifestata in schemi di vocabolario, selezione di idiomi, lessico individuale, grammatica e pronuncia. La psicopatologia del linguaggio ci ricorda che neologismi e neolingue possono emergere in stati patologici, alterando campi semantici, variazioni sintattiche e grammaticali. La patologia mentale sembra infatti correlata a una deformazione sia del dialogo interno sia della comunicazione sociale. Il lavoro psicoterapeutico si svolge proprio su questo incerto crinale fra linguaggio privato e linguaggio pubblico.

Il linguaggio si sviluppa come una forma di accoppiamento strutturale in cui sistemi viventi si modificano perturbandosi a vicenda senza distruggersi: coevolvono. Questo concetto, presente in fisica e biologia, quando esteso nel tempo, è studiato come modalità di sincronizzazione o coevoluzione. Diverse tipologie di relazioni coevolutive possono esistere, dal commensalismo al mutualismo, quest'ultimo rappresentando la forma ideale nelle relazioni di cura, dove ogni partecipante acquisisce un beneficio vitale dall'interazione.

L'accoppiamento strutturale nella cura genera quello che alcuni autori hanno definito "campo bipersonale o intersoggettivo". Questo campo si crea attraverso sequenze di perturbazioni reciproche in cui il terapeuta mantiene la rotta di un processo trasformativo. Questa interazione dinamica si svolge per mezzo di molteplici segnali verbali, prosodici, motori e sensoriali. Una gran porzione di questa comunicazione fa parte della comunicazione procedurale o implicita e dei sistemi di memoria non esplicita correlati. Si tratta di materiale semiotico e comunicativo a-conscio, diverso dall'inconscio freudiano.

Daniel Stern ha chiarito come la gran parte del cambiamento terapeutico venga generato proprio nel dominio della conoscenza implicita e procedurale. Il processo terapeutico è caratterizzato da movimenti improvvisi, non lineari e spesso non prevedibili, verso obiettivi condivisi. Questi momenti di incontro nel presente sono una proprietà emergente del campo dinamico, bipersonale e complesso, del processo terapeutico. La sincronizzazione, e coevoluzione, globale nella relazione terapeutica genera questi stati diadici di coscienza estesa e condivisa che costituiscono il motore del cambiamento terapeutico.

Rappresentazione grafica di un campo bipersonale con interazioni

Il Ruolo della Comunicazione Implicita e dei Regolatori Nascosti

Il campo terapeutico raggiunge uno stato di equilibrio ottimale di massima intensità possibile che genera a cascata punti di apertura al cambiamento. Si tratta di un flusso in relativo equilibrio caratterizzato da punteggiature costituite dagli stati di coscienza estesa. Fra i regolatori occulti che producono la massa di sincronizzazioni su cui si genera la conoscenza implicita e condivisa, vi sono quelli "subliminari", come i coordinamenti e i cenni corporei. Studi documentano come questi segnali possano portare, in una profonda relazione di attaccamento stabile e duratura, perfino alla sincronizzazione di funzioni fisiologiche, ritmi biologici, cicli ormonali.

Il sistema di rispecchiamento e comprensione intersoggettiva, chiamato neuroni specchio, fa parte di questi regolatori nascosti. Un altro fattore cruciale è la musicalità intrinseca della lingua parlata, la prosodia: il tono della voce, l'accento, il volume sonoro, la cadenza del discorso, il flusso, la pressione, la tonalità, la costruzione delle frasi, la grammatica, la ricchezza del vocabolario, i turni di conversazione, le interruzioni. Tutte queste variabili linguistiche sono al centro dell'espressione delle emozioni e della corporeità nel campo psicoterapeutico.

La comunicazione non verbale

Verso una Cornice Unificata: La Mind Force

Lo studio di come il linguaggio possa coevolvere e cambiare richiede una cornice unificata che possa contenere in modo coerente le dinamiche della matrice mente-corpo. Le dinamiche coinvolte spaziano dalla meta-cognizione, alla semiotica di base, all'epigenesi, alla plasticità neurale, fino alla biofisica molecolare. Questa impresa scientifica richiede un approccio interdisciplinare che consideri la complessità, la sinergia di approcci e discipline differenti. La teoria della sincronizzazione, con i suoi sviluppi nell'area dei sistemi caotici e delle interazioni multiple, offre strumenti fondamentali.

Queste scoperte permettono di abbracciare diverse scale di organizzazione, da quella molecolare fino alle più raffinate strutture cognitive. L'organizzazione che ne risulta può essere definita come una iperstruttura eterogenea prodotta dall'effetto non lineare di una massa di miliardi di interazioni differenti. Il risultato della potenza causale di questi fenomeni e schemi collettivi è stato proposto di chiamare "Mind Force".

Usi della Parola in Psicoterapia: Dalla Difesa alla Trasformazione

La seduta di psicoterapia è costituita da "discorsi", i cui mattoni sono parole (inclusi silenzi) e stati d'animo. Ogni parola non è pronunciata a caso. Il terapeuta usa l'ascolto come strumento principale, intervenendo per formulare domande, stimolare pensieri/emozioni, sostenere il discorso, sottolineare zone di senso e arricchire il materiale "grezzo".

Il punto di partenza di una psicoterapia è sempre la sofferenza, ma le cose cambiano caso per caso. La differenza la fa l'uso della parola, espressione del conflitto psichico soggiacente alla sofferenza manifesta. L'Ego, in psicoanalisi, è visto come il peggior nemico della trasformazione interiore.

Si distinguono diversi usi della parola:

  • Uso difensivo: la "chiacchiera" rassicurante sui piccoli fatti quotidiani per evitare di parlare di sé, una zona di comfort neutra che allontana dal cuore del problema.
  • Uso proiettivo: parlare degli "altri", analizzarli, raccontarne vizi e manie, per evitare di guardare a sé stessi.
  • Uso per autoconvincersi: parlare per rinforzare il proprio Ego, presentando dati di realtà come evidenze di un cambiamento interiore assente.
  • Uso consolatorio: parlare per tirarsi su il morale, migliorare l'umore e il senso di solitudine, un antidepressivo temporaneo. In questi casi si ricerca la convalida del terapeuta.

Gli usi più evoluti sono invece di natura creativa:

  • Discorso ispirato dall'inconscio: la parola terapeutica segue un flusso di coscienza, creando associazioni nuove e incontrando significati che toccano l'essere. L'emozione si associa, ma non è il pianto del lamento.
  • Uso trasformativo: aggancia la dimensione del corpo, raggiungendo aree dormienti e permettendo di andare oltre i soliti "paraocchi" interpretativi. Questi usi evoluti portano a un cambiamento drastico e improvviso o, più frequentemente, a una successione di "epifanie" diluite nel tempo, che concorrono allo sviluppo di una nuova consapevolezza e di un nuovo modo di stare nel mondo.

Analisi del Discorso come Metodologia di Ricerca

L'analisi del discorso (a.d.) è un filone di ricerca qualitativa influenzato da discipline esterne alla psicologia come la linguistica, la filosofia e la sociologia. Fonti di influenza includono Bachtin (dialogo), Wittgenstein (linguaggio come forma di vita), Austin e Searle (atti linguistici), Goffman (gestione strategica della comunicazione) e Foucault (pratiche discorsive e potere). Internamente alla psicologia, i contributi di Mead e Vygotskij (relazione tra cognizione e contesto sociale), Gergen (costruzionismo sociale) e Billig (approccio retorico) sono centrali.

Dagli anni Settanta, l'a.d. si afferma come tecnica di ricerca per l'interpretazione soggettiva, procedurale e qualitativa della struttura profonda della comunicazione, differenziandosi dall'analisi del contenuto che mira a descrivere in modo oggettivo e quantitativo il contenuto manifesto. L'a.d. adotta il punto di vista locale e situato di chi è coinvolto nell'interazione.

Pur avvicinandosi all'analisi della conversazione per l'interesse al contesto e all'organizzazione delle sequenze discorsive, l'a.d. si focalizza maggiormente sull'organizzazione dei significati, sul ricorso a specifici repertori linguistici e sulle strategie retoriche e argomentative. Non considera il linguaggio come uno specchio fedele di strutture cognitive preesistenti, ma come uno strumento retorico strategico.

Negli ultimi anni si è affermata una prospettiva di indagine critica che rivela le relazioni tra linguaggio e potere, cercando di comprendere le motivazioni degli attori attraverso le loro azioni discorsive e come l'organizzazione del discorso e l'ordine sociale si influenzino a vicenda. Tre indirizzi caratterizzano il dibattito sull'analisi critica del discorso: l'approccio socio-culturale (Scuola di Londra), l'approccio cognitivo (Scuola di Amsterdam) e l'approccio socio-storico (Scuola di Vienna).

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