Alla Scoperta di Freud, Heidegger e la Psichiatria: Un Viaggio nell'Esistenza Umana

La psichiatria, nella sua essenza, si interroga sulla natura dell'esistenza umana, esplorando i confini tra normalità e patologia. Un approccio rivoluzionario a questa indagine è emerso attraverso il lavoro di figure come Ludwig Binswanger, uno psichiatra svizzero che, ispirandosi alla filosofia esistenzialista e alla fenomenologia, ha proposto una prospettiva innovativa sulla comprensione della sofferenza mentale. La sua Daseinsanalyse, o analisi del "esserci", ha sfumato il confine tra il sano e il "folle", radicando i fenomeni psichiatrici nell'ambito dell'esistenza umana "normale", così come indagata da Martin Heidegger nel suo influente lavoro "Essere e tempo".

Martin Heidegger e Sigmund Freud

La Daseinsanalyse di Binswanger considera "il folle ed il sano" all'interno di un comune orizzonte di senso, che trasforma il mondo della vita in un progetto individuale, unico e irripetibile per ciascuno. Questa psichiatria comprensiva si poneva in contrasto con l'imperante positivismo scientifico del suo tempo, inaugurando una clinica dell'ascolto che fondava il rapporto psicoterapeutico sull'etica dell'amore. In questa cornice, la sofferenza mentale veniva esplorata attraverso una prospettiva straordinariamente poetica, come evidenziato anche nei saggi che raccolgono queste riflessioni.

Le Radici dell'Esistenza: Da Locke a Freud e Heidegger

Per comprendere appieno la portata della Daseinsanalyse e la sua critica alla nozione tradizionale di soggetto, è fondamentale ripercorrere l'evoluzione del concetto di "persona" e "soggetto". Il subjectum, nel senso moderno, emerge nel XVII secolo, non con Cartesio ma con Locke, attraverso un complesso percorso semantico-culturale che affonda le radici nell'antichità. Originariamente, "subjectum" indicava il fondamento, il sostrato di qualcosa. Locke, tuttavia, operò una trasformazione cruciale, congiungendo il principio ontologico medievale secondo cui ogni azione deve avere un proprio fondamento ("actiones sunt suppositorum") con la nozione di "persona", introdotta in filosofia da Boezio come "sostanza individua". Questa unione conferì al "soggetto agente" l'unità che lo identifica come centro unico e individuale delle proprie azioni.

Locke arricchì ulteriormente questa nozione attraverso l'attributo della coscienza. Un soggetto dotato di coscienza, scrive Locke, "ricorda al 'sé' i pensieri e gli atti compiuti", diventandone responsabile e dunque imputabile. Da qui nasce il "soggetto agente personale" moderno, cardine di ogni umanesimo.

Tuttavia, questa costruzione del soggetto implica una scissione intrinseca: una parte di sé che si eleva, "imputa" a sé stessa gli atti compiuti da una prospettiva "sovrana" (la mente), e un'altra parte che scivola verso il basso, diventando inferiore, dominata e "assoggettata" (il corpo). La prima è la "persona", la seconda è propriamente "impersonale". Una conseguenza di questo schema è la costitutiva trascendenza della ragione e della dimensione spirituale o mentale rispetto alla naturalezza empirica e impersonale del corpo. Questo dualismo ha plasmato una visione del mondo divisa tra un piano trascendente (superiore e spirituale) e uno immanente (inferiore e materiale), potenziando il mito dell'individuo e della persona con tutte le degenerazioni che ne derivano.

Illustrazione della dualità mente-corpo

È proprio nell'insufficienza e nelle aporie di questa nozione di "persona" che Freud e Heidegger hanno intuito la loro portata dirompente.

Freud e la Psichiatria della Vita Quotidiana

Sigmund Freud, con la sua opera "Psicopatologia della vita quotidiana" (pubblicata all'inizio del Novecento, originariamente intitolata "La vita quotidiana"), è stato il primo a concettualizzare la portata rivoluzionaria della vita quotidiana e della potenza impersonale in essa contenuta. Freud non si concentra sulla follia o sulla malattia conclamata, ma sull'assoluta normalità, sull'ordinarietà, persino sulla banalità dei fenomeni che accadono a chiunque: dimenticare le chiavi, non ricordare un nome, fare un lapsus.

FREUD | Il Medico che Scoprì l'Inconscio e Inventò la Psicoanalisi

Ciò che Freud intuisce è che proprio nella vita quotidiana più banale si cela qualcosa che "perturba" e che deve essere portato alla luce. "Tutta una serie di fenomeni della vita quotidiana di persone sane - le dimenticanze, i lapsus verbali, le sbadataggini, una certa categoria di errori - debbono la loro insorgenza ad un meccanismo psichico" in cui emergono pensieri "estranei", "spiacevoli", come se una persona sconosciuta, che abita dentro di noi, volesse comunicarci qualcosa che rimuoviamo. Quando dimentichiamo il gas acceso o facciamo una gaffe, è come se questa "altra persona" in noi agisse, determinando i nostri comportamenti senza che ce ne rendiamo conto.

Questo vale anche per le turbe della memoria dei "nomi propri". Freud, narrando un'amnesia occorsagli, mostra come nomi sostitutivi emergano per coprire la dimenticanza intenzionale di qualcosa che lo "perturba" e che rinvia ai complessi di "altre persone". La "Psicopatologia della vita quotidiana" rivela una "dinamica espropriativa" che dissolve continuamente l'identità personale in un gioco inafferrabile e impersonale.

Il punto cruciale è che tutto ciò emerge inaspettatamente nelle "particolari insensatezze della vita quotidiana". Nel momento in cui dimentichiamo un nome e lo sostituiamo con un altro, ci accorgiamo che "persone estranee" si sono come "impossessate" di noi, creando "interferenze ignote" e una sorta di "contro-volontà". Ci vediamo rifratti in due identità diverse ma inscindibili: quella "intenzionale" e quella "involontaria"; una propria e l'altra "straniera".

Freud porta in primo piano un'aderenza non separabile della nostra identità personale a un flusso anonimo, impersonale e inappropriabile. Questo scompone il profilo unitario del "soggetto-persona" e ci sottrae all'illusione di essere soggetti autonomi e unici, totalmente "appropriati" a noi stessi e sovrani delle nostre azioni. La scoperta freudiana è dirompente perché rovescia l'autorappresentazione dell'uomo, aprendo la strada a una diversa idea di soggettività.

Heidegger e la Vita Fattizia dell'Esserci

È con Martin Heidegger che la vita quotidiana fa il suo ingresso ufficiale nella riflessione filosofica, con tutta la sua portata decostruttiva del soggetto personale. Nei suoi primi corsi a Friburgo (1919-1923), Heidegger dichiara di voler imprimere alla sua indagine una svolta "in senso radicale" attraverso l'analisi della "vita fattizia" (das faktische Leben), ossia la vita quale di fatto è e la viviamo "tutti i giorni" (alltäglich).

Heidegger fissa un punto cardine: non esiste una realtà diversa da quella in cui si svolge la vita di tutti e di ciascuno. Non vi è una dimensione esterna o trascendente rispetto all'ambito "fondamentale" e unico che è l'"esserci effettivo" (Dasein). È all'interno di questo che si determinano gli incontri "oggettivi" con le cose, gli animali o gli altri, nonché l'istituzione soggettiva della categoria "Io".

Prima di ogni condizione "soggettiva", esiste la vita fattizia, con la sua intrinseca "motilità" e "inquietudine". Questa inquietudine si esplica come un'"inclinazione" a cadere nell'"aver-cura" dei propositi mondani, che comprendono sia i progetti culturali sia la dispersione spensierata. È nell'ordinario "esserci-nel-mondo" che questa inclinazione trova il suo terreno di dispiegamento. L'"Oggi", il permanere nel presente, diventa così la modalità fondamentale dell'esserci, il suo presente, la sua quotidianità. Lungi dall'essere una modalità difettiva, l'Oggi, nella concezione heideggeriana, è il luogo in cui l'esistenza si manifesta nella sua immediatezza e fatticità.

Diagramma che illustra i concetti chiave di Heidegger

L'analisi heideggeriana della quotidianità rivela come l'Esserci sia intrinsecamente "gettato" nel mondo, e come la sua esistenza sia caratterizzata da una costante "preoccupazione" per il proprio essere. L'esserci non è un soggetto isolato e autocosciente, ma un essere-nel-mondo, la cui temporalità è radicata nel presente quotidiano, ma che si proietta anche verso il futuro e si radica nel passato.

La Psichiatria come Scienza dell'Uomo: Tra Positivismo e Comprensione

Il presente lavoro si focalizza sui fondamenti epistemologici e storici che costituiscono i presupposti della conoscenza in psicologia e psichiatria. Il tema centrale è la psichiatria quale scienza di confine tra le scienze della natura e le scienze dello spirito, secondo la distinzione proposta da Wilhelm Dilthey.

Storicamente, la psichiatria, aderendo al modello delle scienze della natura, ha spesso portato a un'oggettivazione del "folle", rimuovendo il profondo dolore della sua soggettività. Utilizzando metodi come la riduzione, la disgiunzione, la quantificazione e la ripetibilità, la psichiatria positivista ha frammentato l'unità dell'esistenza, caratteristica del mondo della vita.

Confronto tra modello scientifico e modello umanistico

La fenomenologia, a partire dal lavoro di Binswanger, ha cercato di rimediare a questa frammentazione, rovesciando l'interpretazione naturalistica della malattia mentale e ponendo le basi per una psichiatria più umana. Il modello biologico, imperante nella medicina generale, enfatizza l'identificazione di malattie discrete. Tuttavia, la distinzione operata da Dilthey tra il metodo delle scienze della natura (erklären, spiegare dall'esterno attraverso la scomposizione) e quello delle scienze dello spirito (verstehen, comprendere dall'interno attraverso l'immedesimazione), ripresa da Karl Jaspers, permette di individuare due modelli ideali nella psichiatria: il modello oggettivo della malattia mentale e il modello soggettivo del disagio psichico.

Il Modello Oggettivo: Kraepelin e la Reificazione del Paziente

Uno dei maggiori esponenti del modello oggettivo è stato Emil Kraepelin. La sua pratica clinica, che prevedeva la presentazione di soggetti psicotici agli studenti, mirava a una psichiatria descrittiva, consolidata in un orizzonte scientifico e neutrale dove il paziente veniva reificato e oggettivato. L'oggettività era garantita dalla separazione tra osservatore e osservato, con il laboratorio come contesto privilegiato.

L'opera di Kraepelin si basa sull'idea di individuare, nel caos dei fenomeni clinici, gli elementi necessari di ogni processo psicotico, ricondotti a un danno cerebrale (spesso sconosciuto). La concettualizzazione dei sintomi era aridamente descrittiva: le anomalie dell'attività mentale o della condotta erano considerate direttamente causate da un danno organico. La soggettività del paziente, il suo mondo, le vicende della sua vita erano di scarso interesse psicopatologico. Ciò che contava non era il paziente, ma la malattia di cui era portatore.

Un esempio significativo, riportato da Civita e commentato da Laing, illustra questa impostazione. Durante una lezione, Kraepelin presenta un giovane paziente catatonico, descrivendone i discorsi sconnessi e l'inaccessibilità come "segni" di una malattia. Laing, tuttavia, interpreta il comportamento del paziente come un dialogo parodistico con una versione di Kraepelin, una protesta contro l'interrogatorio e la visita in un'aula piena di studenti. Il comportamento del paziente viene visto non solo come "segno" di malattia, ma come espressione della sua esistenza, un tentativo di comunicare ciò che lo tormenta profondamente, ma che per Kraepelin non costituirebbe informazione "utile" se non come ulteriore "segno". La costruzione fenomenologico-esistenziale, al contrario, cerca di inferire il modo in cui l'altro sente e agisce, interrogandosi su cosa il paziente "vuole" parlando e agendo in quel modo.

Le Origini del Modello Oggettivo e Soggettivo: Da Pinel a Freud

Entrambi i modelli, oggettivo e soggettivo, affondano le loro radici nel pensiero e nella pratica di Philippe Pinel. Pinel, contrapponendosi alla tradizione antica che attribuiva la malattia mentale a lesioni cerebrali, sostenne che, nella maggior parte dei casi, essa provenisse da una causa "morale" (psicologica), legata alla sfera emotiva e alle passioni. La sua era una critica al pessimismo terapeutico e al fatalismo dell'epoca: l'alienazione era vista come uno sconvolgimento mentale, un "dèrangement" dell'equilibrio emotivo e intellettuale, causato da una passione portata all'eccesso.

La terapia proposta da Pinel era un "trattamento morale", una forma primitiva di terapia psicologica. Il principio era quello di contrapporre alla passione sfrenata che aveva prodotto la follia, una passione altrettanto forte in grado di estinguerla. Questo concetto di passione curativa che si contrappone alla passione patologica richiama metaforicamente il concetto di transfert in psicoanalisi.

Ritratto di Philippe Pinel

La visione di Pinel, pur contenendo elementi di pensiero magico e una concezione ancora infantile del modello psicologico (in contrapposizione a quello biologico), segnò un punto di svolta. La sua opera matura fu poi liberata dalla sua rappresentazione ingenua e semplicistica della malattia mentale dal lavoro di Freud.

Tuttavia, nel corso del XIX secolo, le condizioni della psichiatria manicomiale cambiarono radicalmente. Le teorie eziologiche di Pinel furono soppiantate dalle teorie organicistiche, che relegavano i fattori psicologici a una posizione di irrilevanza. Inoltre, l'istituzione manicomiale, con il suo affollamento e il rapporto medico-pazienti sproporzionato, rese impraticabile il trattamento prolungato e personalizzato concepito da Pinel.

In questo contesto, emersero nuove iniziative, come quelle legate all'ipnosi, con figure quali Franz Anton Mesmer, Ambrosie Auguste Liébeult, Hippolyte Bernheim e Jean-Martin Charcot. Charcot, in particolare, dedicò grande attenzione all'istero-epilessia, interpretandola come un disordine funzionale, "sine materia", del sistema nervoso. La sua tesi centrale era che la suscettibilità all'ipnosi fosse un fenomeno patologico intrinseco alla costellazione sintomatica dell'isterica.

Charcot e Bernheim ebbero un'influenza significativa su Sigmund Freud, che li frequentò entrambi e li ebbe come maestri. Sebbene non sia possibile qui approfondire lo sviluppo della psicoanalisi e le sue successive ramificazioni, è importante notare che il modello psicoanalitico, pur nelle sue diverse evoluzioni, si realizzò inizialmente per la cura di pochi malati affetti da nevrosi non gravi, nel contesto degli studi privati dei pionieri della psicoterapia.

Il Modello Soggettivo: La Sfida della Conoscenza Individuale

Il modello soggettivo di conoscenza psicologica parte dalla tesi fondamentale che la conoscenza psicologica è attendibile solo se i fatti psichici sono osservati e indagati nel loro luogo naturale: il flusso dell'esistenza individuale. Questo approccio solleva immediatamente un problema cruciale: se la fonte primaria della conoscenza è l'osservazione del singolo individuo, e se ogni individuo è irripetibile, come è possibile il passaggio dalla conoscenza individuale a quella universale? Il processo di generalizzazione e la costruzione di una teoria universale sembrano preclusi in partenza.

Questo problema del rapporto tra osservazione e teoria rappresenta un grave cruccio per gli orientamenti che aderiscono a questo modello, tra cui la psicoanalisi, la terapia della Gestalt, la psicologia e la psichiatria fenomenologica.

Illustrazione del flusso di coscienza individuale

La psichiatria comprensiva di Binswanger, radicandosi nella fenomenologia e nell'esistenzialismo, cerca di superare questa impasse. Essa propone una clinica dell'ascolto che si fonda sull'etica dell'amore e che considera la sofferenza mentale non come una devianza da oggettivare, ma come un'espressione dell'esistenza umana. In questa prospettiva, il "mondo della vita" diventa il terreno su cui indagare la sofferenza, riconoscendo la sua unicità e irripetibilità per ogni individuo.

La Daseinsanalyse, in particolare, invita a una comprensione profonda dell'"esserci" nel mondo, esplorando le modalità con cui l'individuo si rapporta alla propria esistenza, ai propri progetti e alle proprie angosce. Non si tratta di ridurre l'individuo a una categoria diagnostica, ma di accompagnarlo nella scoperta del senso della propria sofferenza, all'interno di un orizzonte di significato condiviso.

In questo senso, la psichiatria ispirata da Binswanger e Heidegger non si limita a descrivere o spiegare la malattia mentale, ma cerca di comprendere il significato che essa assume per l'individuo. È un invito a riconoscere la complessità dell'esistenza umana, la sua intrinseca temporalità e la sua ineludibile fatticità, per costruire un approccio terapeutico che sia non solo scientificamente fondato, ma anche profondamente umano e rispettoso della dignità di ogni persona.

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