Adagiato sulle verdi pendici di Monte Mario, in prossimità della Via Trionfale e della stazione ferroviaria di Sant’Onofrio sulla linea Roma-Viterbo, il complesso del Santa Maria della Pietà è molto più di un semplice insieme di edifici: una vera e propria "città nella città", un luogo dove le vicende sociali, mediche e urbanistiche si sono intrecciate e trasformate per secoli. La sua storia, lunga e complessa, riflette l'evoluzione della concezione della malattia mentale in Italia, passando da un approccio di segregazione e contenimento a uno di cura, inclusione e rigenerazione urbana.
Le Origini: Un Rifugio per i "Pazzi"
La storia del Santa Maria della Pietà inizia nel 1548, quando la Confraternita di Santa Maria della Pietà fondò un ospedale per i "poveri, forestieri e pazzi" di Roma. In quell'epoca, la malattia mentale era spesso incompresa e chi ne soffriva veniva emarginato. L'istituzione nacque come un primo tentativo, seppur severo, di dare un rifugio a queste persone, e già nel 1572 si concentrò specificamente sui "poveri pazzerelli". Dopo un primo insediamento in Piazza Colonna, l'ospedale si spostò in Via della Lungara nel 1725 per volere di Papa Benedetto XIII. Questo spostamento segnò un primo passo verso una struttura più organizzata, ma ancora lontana dalle concezioni moderne di cura psichiatrica.

L'Era del Manicomio: Modello a Padiglioni e Legge Giolitti
Con l'annessione al Regno d'Italia nel 1894, la gestione passò alla Provincia di Roma. Seguendo le nuove idee in psichiatria e la Legge Giolitti del 1904, si adottò il modello a padiglioni. Questo modello, diffuso in tutta Europa, prevedeva la costruzione di grandi complessi ospedalieri con numerosi edifici separati, immersi in ampi spazi verdi. L'idea era di offrire ai pazienti aria aperta e spazi verdi, considerati allora rivoluzionari per la "terapia" della mente.
Nel 1914, una nuova sede fu inaugurata a S. Onofrio in Campagna, a Monte Mario. Qui sorse un vero e proprio "villaggio manicomiale" con 37 padiglioni immersi in un immenso parco di centotrenta ettari. Ogni padiglione aveva una funzione specifica per i diversi tipi di pazienti, e il complesso era dotato di tutto: laboratori, lavanderie, cucine, una chiesa, un teatro, un sistema idrico e persino una fattoria con una colonia agricola e 23 edifici dedicati, inclusi una vaccheria e una porcilaia. Questa autosufficienza del complesso mirava a creare un ambiente controllato e produttivo, ma al contempo rafforzava l'isolamento dei pazienti dalla società esterna.
La Legge n. 36 del 14 febbraio 1904, meglio nota come Legge Giolitti, segnò il primo vero intervento a livello nazionale sui malati mentali, che venivano ufficialmente definiti "alienati". Questa normativa stabiliva il ricovero obbligatorio nei manicomi: "Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri o riescano di pubblico scandalo". Questa definizione rifletteva una visione del malato più come un soggetto pericoloso da contenere che da curare, ponendo l'accento sulla sicurezza pubblica piuttosto che sul benessere individuale.
La Psichiatria come Strumento di Controllo Sociale
Il Santa Maria della Pietà, come molti altri manicomi dell'epoca, divenne un luogo dove le problematiche sociali e politiche venivano spesso mascherate da questioni psichiatriche. Durante la Prima Guerra Mondiale, molte donne finirono recluse per sintomi depressivi o traumi legati al conflitto, diventando "pazienti" a causa delle sofferenze belliche. In epoca fascista, chi non rispettava l'ideale di "sposa e madre esemplare" veniva etichettata "malacarne" e internata, usando l'istituzione per imporre l'ideologia del regime. L'internamento diventava così uno strumento per reprimere il dissenso e conformare la società ai dettami del potere. Anche nel dopoguerra, un temperamento ribelle o "avventure amorose" potevano bastare per l'internamento, dimostrando come le norme sociali e la morale dell'epoca potessero influenzare pesantemente le decisioni mediche.
L'esperienza di una donna ricoverata, riportata nel materiale fornito, illustra drammaticamente questa realtà: "Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò, e morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio. Ma allora le leggi erano precise e stava di fatto che ancora nel 1965 la donna era soggetta all'uomo e che l'uomo poteva prendere delle decisioni per ciò che riguardava il suo avvenire." Questa testimonianza evidenzia la profonda disparità di potere all'interno della famiglia e la facilità con cui le donne potevano essere emarginate e internate.

La Vita nel Manicomio: Segregazione e Spersonalizzazione
All'interno dell'ospedale romano, i padiglioni erano rigidamente separati in base alla classificazione dei pazienti: dai tranquilli ai sudici, dagli osservati ai semiagitati e agli agitati. Il settore criminale, per chi aveva commesso reati, era isolato da mura alte quattro metri, con aree specifiche per prosciolti, sorvegliati e persone sotto osservazione. La vita tra queste mura era profondamente dolorosa e spersonalizzante. La malattia mentale era incompresa, e le "cure" si basavano su metodi coercitivi e un'idea di "follia" che portava all'isolamento totale e alla privazione della libertà. Il Santa Maria della Pietà fu un luogo di segregazione e annientamento del sé, dove la dignità umana era costantemente negata. I trattamenti, spesso disumani, includevano l'uso di camicie di forza, docce fredde prolungate, elettroshock e lobotomie, pratiche che oggi sarebbero considerate torture.
L’orrore dei manicomi nel racconto di chi ci ha passato una vita
La Riforma Psichiatrica: Dalla Legge Mariotti alla Legge Basaglia
Fu solo nel 1968, con la Legge Mariotti, che vennero introdotte le prime significative riforme volte a umanizzare le condizioni di vita e di cura all'interno degli ospedali psichiatrici. Tuttavia, la svolta epocale nella cura della salute mentale in Italia giunse con la Legge 180 del 1978, più nota come Legge Basaglia, che sancì l'abolizione dei manicomi. Il principio ispiratore di questa profonda riforma è racchiuso nell'ossimoro "Entrare fuori, uscire dentro", coniato dallo stesso Franco Basaglia. Espressione con cui si invitava l'individuo a "entrare" attivamente nella realtà esterna per riappropriarsi delle proprie radici e del legame con il proprio contesto sociale e comunitario e contestualmente ad abbandonare, a "uscire" da quel "dentro" che era emblema di costrizione, alienazione e spersonalizzazione imposte dal sistema manicomiale.
Il processo di dismissione dell'ospedale psichiatrico fu esteso e complesso, protraendosi per 22 anni: dai 1076 pazienti del 1978 si arrivò alla chiusura definitiva nel dicembre del 1999 con l'uscita degli ultimi due ricoverati. Questo lungo periodo di transizione fu necessario per garantire che i pazienti venissero gradualmente reinseriti nella comunità, attraverso l'apertura di servizi territoriali e il potenziamento delle cure ambulatoriali.
La Rigenerazione Urbana: Un Nuovo Futuro per Santa Maria della Pietà
Oggi, il complesso ospita una varietà di enti e servizi, che lo rendono un centro nevralgico per la comunità. L'ASL Roma 1 ha qui concentrato presidi sanitari fondamentali, restituendo al luogo una funzione legata alla cura, ma con approcci e finalità profondamente aggiornati. Tra i numerosi servizi attivi, il Parco del Santa Maria della Pietà accoglie poliambulatori, consultori familiari, centri di radiologia e diagnostica, servizi di riabilitazione per diverse fasce d'età e necessità, inclusi centri per le demenze e per disturbi del comportamento alimentare, oltre a presidi dedicati alla sanità animale e all'igiene. Funzioni vitali come l'assistenza domiciliare, la farmacia territoriale e gli uffici amministrativi e istituzionali del Municipio Roma XIV di Roma Capitale trovano qui la loro sede. Il complesso ospita inoltre la Direzione del Distretto XIV e quella del Dipartimento di Salute Mentale, confermando la sua vocazione di polo sanitario, sociale e culturale.
In questo contesto di rigenerazione, il Museo Laboratorio della Mente assume un ruolo cruciale come custode di memoria e strumento di sensibilizzazione sulla storia della psichiatria e sulla condizione della malattia mentale. Fondato nel 2000, il museo, che fa parte dell'Organizzazione Museale Regionale del Lazio, ha fin da subito promosso una riflessione sui delicati paradigmi di salute e malattia, sul concetto di "diversità" e sull'importanza dell'inclusione sociale, educando, commuovendo, spingendo al confronto e ricordandoci che la cura della mente è una responsabilità collettiva e che la dignità umana non conosce confini. Attualmente, il Museo Laboratorio della Mente è chiuso al pubblico per importanti lavori di ristrutturazione del Padiglione 6 e di ampliamento del percorso espositivo, nell'ambito del PNRR, puntando a una riapertura in autunno.
Ad arricchire il panorama culturale del complesso c'è la Biblioteca Scientifica Alberto Cencelli dell'ASL Roma 1 nel padiglione 26. L'obiettivo generale è la creazione di un vero e proprio Parco della Salute e del Benessere, un concetto ampio che ingloba il benessere fisico, psichico e mentale, e mira a promuovere l'inclusione sociale e l'assistenza. Un vasto programma di interventi che prevedono l'apertura di nuovi spazi di grande rilevanza culturale e sociale. Tra questi, spicca la realizzazione della nuova biblioteca civica nel Padiglione 28, un centro diurno di supporto per persone con disabilità cognitive, progetti di housing first, un centro di educazione ambientale con laboratori didattici per le scuole, e aree dedicate al coworking. Tra le migliorie specifiche figurano la nuova illuminazione progettata secondo il piano originale del complesso, la pedonalizzazione e la riqualificazione dell'intera area del parco, l'implementazione di zone smart working con Wi-Fi gratuito, e il restauro delle fontane.

Un Polmone Verde e Culturale nel Cuore di Roma
Oltre agli edifici, il complesso si estende su una vasta area verde di ventotto ettari, configurandosi come un autentico polmone urbano. Questo parco, con i suoi viali alberati, i vasti prati e gli scorci suggestivi, rappresenta oggi un'oasi di pace e di ricchezza biologica, una risorsa inestimabile per la cittadinanza. La sua fauna è sorprendentemente varia per un contesto metropolitano, con numerose specie di uccelli, scoiattoli e ricci che trovano rifugio nella vegetazione. La flora arborea è altrettanto ricca e suggestiva, caratterizzando l'aspetto storico e paesaggistico del parco, che ospita ben 2500 specie botaniche. Il Santa Maria della Pietà può essere considerato come un ecosistema urbano in costante evoluzione, un esempio emblematico di come un luogo con un passato significativo possa essere trasformato in una risorsa preziosa per il futuro. La sua storia di ieri, fatta di sofferenza e di isolamento, si intreccia con il suo oggi, un vibrante centro di servizi, cultura, arte e natura.
La Memoria Viva: Eventi, Associazioni e la Comunità Attiva
Il complesso è animato da una vivace attività culturale e sociale, testimoniata dai numerosi eventi, incontri e iniziative promosse da associazioni, enti e dalla cittadinanza. Ogni anno, dal 2005, al Santa Maria della Pietà si celebra l'approvazione della Legge 180 (13 maggio 1978) con incontri ed eventi artistici, ricordando il percorso di liberazione che ha portato alla Riforma Psichiatrica più avanzata del mondo, alla fine dell’Istituzione totale e coercitiva che era il manicomio e affermando la necessità di completare l’opera del movimento basagliano.
Nel maggio 2021, venticinque associazioni cittadine e reti nazionali della salute mentale, insieme a numerose altre realtà del volontariato, sociali, politiche e sindacali, hanno sottoscritto un appello per l'uso pubblico, culturale e legale del Santa Maria della Pietà, lanciando un appuntamento per una Manifestazione cittadina. Queste iniziative mirano a liberare gli spazi e i luoghi della città dal dominio del profitto e dagli interessi di potere, riconsegnando alle persone la possibilità di partecipare, di conoscere e di decidere. Le "Giornate Basagliane" risuonano dei temi della sostenibilità ambientale, della giustizia sociale, della solidarietà economica, del rilancio della dimensione Pubblica, del valore trasformativo e vitale dell’arte e della cultura.
Il Museo Laboratorio della Mente, pur nella sua attuale chiusura per lavori, continua a essere un punto di riferimento per la memoria storica e la sensibilizzazione. Le visite guidate gratuite, a cura dei volontari del Servizio Civile Universale, ripercorrono la storia del complesso, raccontando storie di ingiustizie e reclusione, durate quasi mezzo millennio, a partire dal 1548 fino alla sua definitiva chiusura nel 1999. Questi itinerari offrono uno sguardo profondo sulla vita delle persone che hanno abitato questo luogo, tra dolore e ingiustizie, e sulle installazioni artistiche che ne preservano la memoria.

Il complesso è anche teatro di presentazioni di libri, incontri tematici e laboratori didattici, che coinvolgono operatori, utenti, familiari, associazioni e cittadini in un dialogo aperto e partecipativo. Eventi come la presentazione dell'emissione filatelica dedicata a Franco Basaglia in occasione del Centenario della sua nascita, o gli incontri su temi come "Corpi reali e corpi digitali" o "Violet Gibson, capace di intendere e di volere?", dimostrano la vitalità culturale e la capacità del luogo di affrontare temi complessi e attuali.
Il Santa Maria della Pietà si configura dunque come un luogo di memoria viva, un spazio in continua trasformazione che, partendo dal suo passato complesso e doloroso, guarda al futuro con l'obiettivo di diventare un modello di rigenerazione urbana, salute, benessere e inclusione sociale. La sua storia ci ricorda l'importanza di non dimenticare le sofferenze del passato, ma anche la forza della trasformazione e la capacità della società di costruire luoghi che promuovano la dignità umana e il benessere collettivo.
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