Il rapporto psicoanalitico, nel suo nucleo più profondo, si articola in una relazione. Questa affermazione, sebbene possa apparire scontata, acquista una risonanza particolare se si considera l'enorme mole di riflessioni e scritti che in ambito psicoanalitico si sono concentrati sul transfert, e in misura minore, ma con crescente interesse, sul controtransfert. La sorpresa che Freud stesso esprime nel descrivere il fenomeno del transfert testimonia della sua non scontata concezione del processo psicoanalitico come relazione. Forse, spinto da una pretesa di "neutralità scientifica" nella posizione dell'analista nei confronti del paziente, Freud si turbò nel vedere e nel vivere in prima persona come la neutralità del rapporto professionale venisse infranta dai moti affettivi del paziente nei suoi confronti. Questo turbamento, che anticipava le riflessioni sul controtransfert, lo spinse a prendere le distanze dagli affetti presenti nella relazione analitica, collocandoli in un passato meno coinvolgente e più "osservabile" con distacco.
In questa prospettiva, il moto affettivo del transfert non riguarderebbe la relazione analitica attuale, ma si riferirebbe a una relazione genitoriale, o addirittura a una relazione immaginata con i genitori, frutto di fantasie e desideri sessuali. Il transfert si configura quindi come la proiezione sull'analista dei conflitti affettivi irrisolti (o non esaminati) del paziente, attribuiti al suo rapporto con i genitori. In questo senso, l'analista poteva sentirsi rassicurato dal fatto che "il paziente riversa sulla persona del medico una notevole aliquota di tenerezza ed affetto che non è basata su alcun rapporto reale" (Freud 1909). Tuttavia, questa prospettiva, sebbene rassicurante, risulta riduttiva. Già Carl Gustav Jung non condivideva pienamente questa visione, considerando reale il trasporto affettivo del paziente (e dell'analista) nel rapporto analitico hic et nunc, e interpretando il transfert freudiano come un tentativo di sfuggire al rapporto che si stava svolgendo in quel momento (Jung 1935).
I termini stessi di transfert e controtransfert tradiscono una visione particolare del soggetto umano protagonista del rapporto analitico: l'uomo visto come "Io-monade", separato dal "Tu" e chiuso in sé stesso, nei propri affetti, conflitti e desideri. Gli affetti vengono "proiettati" per uscire dall'Io-monade e raggiungere il Tu. Questa situazione è stata ben descritta da Robert Storolow come il mito psicoanalitico della "mente isolata" (Storolow e Atwood 1992). L'accento è posto sulle problematiche affettive del paziente, colui che trasferisce proiettando. La reazione dell'analista è una contro-reazione al transfert del paziente, il controtransfert. Solo in anni più recenti si è iniziato a parlare con maggiore frequenza del "transfert dell'analista", mentre il controtransfert è stato spesso descritto come "problema affettivo irrisolto dell'analista" (Bettinelli 2008).
Il Transfert: Meccanismo Inconscio di Trasposizione Relazionale
Il transfert, o traslazione, è un meccanismo per il quale ogni individuo tende a spostare schemi di sentimenti e pensieri relativi a una relazione significante su una persona coinvolta in una relazione interpersonale attuale. Il processo è largamente inconscio; il soggetto non comprende completamente da dove originino tali emozioni, sentimenti e pensieri. Il transfert è fortemente connesso alle relazioni oggettuali della nostra infanzia e le ricalca. Sebbene sia presente in ogni tipo di relazione interpersonale, la cornice di un trattamento analitico è la sede elettiva per il suo dispiegarsi.

Il transfert è una normale proiezione che può assumere una valenza positiva (transfert positivo), con connotazioni di stima, affetto, amore per il partner della relazione, oppure una valenza negativa (transfert negativo) quando le emozioni messe in gioco sono prevalentemente di competitività, invidia, gelosia, aggressività o ambivalenza. La relazione tra analista e analizzato è infatti paragonabile a una qualsiasi storia d'amore, dove forze di attrazione e repulsione hanno modo di dispiegarsi. La gestione di queste forze richiede capacità da parte dell'analista e buona volontà da parte dell'analizzato, il quale, apprendendo dall'esempio dell'analista, impara a prendere distanza dal suo sentire immediato che produce il transfert.
Secondo Sigmund Freud, il transfert è una forma di innamoramento che prescinde dall'aspetto, dall'età e dal sesso dello psicoanalista, manifestandosi anche in presenza di un comportamento distaccato e riservato da parte di quest'ultimo. "Questo amore non si limita ad obbedire, diventa esigente, domanda soddisfazione di tenerezza e sensualità, pretende l'esclusività, si fa geloso, mostra sempre più l'altro suo aspetto, e cioè una prontezza a convertirsi in ostilità e vendetta, se non può raggiungere i propri scopi." L'amore di traslazione è una prova della teoria analitica, scientifica perché misurabile e riproducibile, che consente all'analista di toccare "con mano dal vivo" l'esistenza di un mondo inconscio dell'Io, fatto di volontà opposte, di una pulsione sessuale e di una coscienza morale che la rimuove, un Es inconscio e un Super-Io più forti dell'Io cosciente.
Transfert e Controtransfert: La Verità (Non Sessuale) che Cambia la Terapia
Il transfert è la proiezione sulla persona dello psicoanalista di un complesso di Edipo non correttamente rimosso, di una sessualità infantile mal vissuta. Ha i tratti tipici di questo amore infantile, indifferente all'età, al sesso e al comportamento della persona, che tende a censurare. "Il paziente riproduce, in forma intuibile, attuale, in luogo di ricordare." Lo psicoanalista non risolve la nevrosi e il transfert né cedendo parzialmente al transfert, né tentando di reprimerlo, ma aiutando il paziente a rivivere i propri istinti, a ricordarli senza rimozioni, a diventarne cosciente e padrone, ricostruendo un Io più forte dell'inconscio e della coscienza morale.
Il Transfert nella Vita Quotidiana e Professionale
Il transfert non agisce soltanto in terapia. Il transfert sul posto di lavoro, ad esempio, si manifesta spesso a causa delle somiglianze strutturali e relazionali tra l'esperienza familiare dell'infanzia e il contesto lavorativo. Queste somiglianze portano a proiettare inconsciamente esperienze familiari sul luogo di lavoro, interpretando situazioni neutre come minacciose. Un dipendente potrebbe sentirsi vittima di mobbing o ingiustizie, quando in realtà queste non stanno accadendo.
Analogamente, un ragazzo cresciuto in un ambiente familiare disfunzionale, che ha assorbito vissuti materni introiettando un'immagine negativa del maschile, potrebbe, una volta adulto, intrecciare relazioni di coppia non partendo da una condizione neutra. Si porterà dentro il peso delle dinamiche familiari, sentendo il bisogno di espiare le colpe del padre o di riparare il passato con il proprio comportamento. La compagna potrebbe accorgersi che l'uomo la osserva attraverso il filtro del suo passato doloroso.
Se una madre non trasmette fiducia nella capacità della figlia, è probabile che quest'ultima finisca per interiorizzare questa percezione. La profezia della madre si avvera, non perché la bambina non sia capace, ma perché il peso delle aspettative materne ha minato la sua autostima, impedendole di esprimere appieno le sue potenzialità. Di fronte al "fallimento" della figlia, la madre vedrà confermata la sua convinzione iniziale.
Identificazione Proiettiva: Un Concetto Chiave Kleiniano
Il concetto di "identificazione proiettiva", pur essendo comparso già in precedenza nella letteratura psicoanalitica (Weiss, 1925; Brierley, 1945), non suscitò molto interesse finché non fu descritto nel 1946 da Melanie Klein. Concordando con le osservazioni di Fairbairn sull'esistenza di una "posizione schizoide" normale nei primissimi tempi dello sviluppo, Klein descrive una particolare fantasia attraverso la quale il neonato, per difendersi dall'angoscia, scinde e proietta parti di sé intollerabili all'interno della madre, con il fine di prenderne possesso e controllarla.

"Poiché e in quanto, con tale proiezione dentro, la madre viene a contenere le parti cattive del Sé, essa non è sentita come un individuo separato ma come il Sé cattivo […]. Ciò determina una particolare forma di identificazione che costituisce il prototipo delle relazioni oggettuali aggressive" (e anche, si potrebbe aggiungere, delle identificazioni narcisistiche). Si tratta di un concetto complesso che "illustra la connessione tra istinti, fantasia e i meccanismi di difesa. È una fantasia di solito molto elaborata e dettagliata; è un’espressione degli istinti perché sia i desideri libidici che quelli aggressivi sono sentiti essere onnipotentemente soddisfatti dalla fantasia; è comunque anche un meccanismo di difesa nello stesso modo in cui è la proiezione, cioè sbarazza il Sé delle parti non desiderate" (H. Segal, 1967), tenendole al tempo stesso sotto controllo.
L'uso eccessivo dei meccanismi proiettivi produce l'insorgere di angosce paranoidi, poiché gli oggetti contenenti le parti cattive del sé diventano persecutori, oltre a un senso di svuotamento e indebolimento dell'Io, fino a stati di depersonalizzazione, per la perdita delle parti scisse e proiettate del sé. Questa dinamica verrà descritta da Klein con molta chiarezza nel suo articolo "Sulla identificazione" (1955), attraverso le trasformazioni identitarie di Fabien, il protagonista della novella di J.
Melanie Klein si era parzialmente dissociata dalla teoria pulsionale di Freud, ritenendo che la relazione oggettuale esistesse fin dall'inizio della vita neonatale e che ogni spinta pulsionale fosse sempre fissata ad un oggetto, il primo dei quali è il seno materno precocemente interiorizzato, che costituisce "un organizzatore fondamentale dell’Io e ne garantisce la coesione". All'epoca in cui descrisse l'Identificazione Proiettiva, stava cercando di approfondire la qualità degli stati d'angoscia primitivi e i meccanismi attraverso i quali l'Io immaturo del neonato, privo di una stabile coesione ma presente ed attivo fin dalla nascita, cerca di difendersene. L'angoscia conseguente all'entrata in azione della pulsione di morte nell'organismo, viene "avvertita inizialmente come paura di annientamento (morte), e… si configura pressoché immediatamente come paura di persecuzione" da parte di oggetti che minacciano il neonato dall'interno. Ciò lo espone ad intense angosce di frammentazione, per difendersi dalle quali, scinde attivamente ed espelle dentro all'oggetto esterno, il seno materno, parti dell'Io e degli oggetti interni minacciosi, gli oggetti cattivi. Klein, tuttavia, sottolinea che non solo parti "cattive" del sé vengono proiettate nell'oggetto esterno, ma anche parti "buone" - perché sentite come immeritate, o per proteggerle dai cattivi persecutori interni. Tale proiezione "è fondamentale affinché il bambino sviluppi buone relazioni oggettuali e le integri nel proprio Io", e diventa la base dell'empatia.
Identificazione Proiettiva: Normale e Patologica
Wilfred Bion sarà il primo ad introdurre una distinzione tra una forma di Identificazione Proiettiva "normale" e una "patologica". Accanto alla primitiva funzione evacuativa descritta inizialmente da Klein, l'identificazione proiettiva "normale" diventa un'importante modalità di comunicazione non verbale, attraverso la quale l'organismo immaturo riesce a trasmettere sentimenti ed emozioni non ancora nominabili ad un oggetto recettivo. Con la formulazione del concetto di "rêverie" materna, Bion descrive una relazione in cui la madre accoglie "dentro" di sé, attraverso l'identificazione proiettiva del neonato, esperienze sensoriali, emozioni, disagi fisici disorganizzanti e inelaborabili, e glieli restituisce arricchiti di senso, tramite quella che Bion definisce "funzione alfa", la capacità della mamma di elaborare l'esperienza emotiva per trasformarla in elementi utilizzabili per il pensiero e il sogno (elementi alfa). In tal caso, non c'è perdita di parti del sé. Da questo legame tra mamma e bambino, si sviluppa la capacità di pensare e di sognare.
L'Identificazione Proiettiva "patologica", osservata da Bion attraverso le caratteristiche del transfert di pazienti schizofrenici, si distingue invece per la sua qualità onnipotente e il grado di violenza con cui la proiezione viene messa in atto. Nonostante egli attribuisca in molti casi alla particolare intensità dell'invidia del neonato, o a una sua innata intolleranza alla frustrazione, la violenza di tale proiezione, essa viene per lo più ricondotta alla qualità della risposta dell'oggetto.
La valenza euristica del concetto di identificazione proiettiva venne immediatamente colta dalla comunità psicoanalitica e servì a dare fondamento concettuale ad aspetti molteplici della clinica psicoanalitica, in particolare relativi alla comprensione e alla cura delle patologie gravi, ad aspetti importanti della teoria della tecnica e alla teoria della formazione del simbolo (Segal, 1957). L'ampio uso che ne è stato fatto, anche da autori con orientamenti diversi rispetto al modello kleiniano da cui il concetto è nato, ha talora causato una certa confusione sul suo significato e, in parte, la perdita della sua specificità originaria. Rappresentando un ponte tra dimensione intrapsichica e intersoggettiva, ha dato vita a un ricco dialogo tra modelli psicoanalitici della mente spesso distanti tra loro.
Transfert e Controtransfert: Una Prospettiva Relazionale e Intersoggettiva
Ricollocare il transfert e il controtransfert in una prospettiva relazionale e intersoggettiva permette di superare la visione dell'Io-monade e di comprendere questi fenomeni come modalità di interazione nel rapporto tra i soggetti coinvolti. Queste modalità si modellano dinamicamente, in modo dialogico, sulle risposte che via via vengono date nel rapporto stesso. Transfert e controtransfert riguardano sempre l'attualità del rapporto, pur attingendo a esperienze precedenti e alle risposte che queste hanno suscitato.
Questa concezione implica che la trasformazione del transfert e del controtransfert comporti la ricerca di modalità di rapporto differenti rispetto a quelle abituali. Modalità relazionali nuove che entrambi i soggetti interlocutori devono poter trovare nell'attualità del rapporto. Solo così i concetti di transfert e controtransfert escono dal solipsismo psichico individuale, superando l'idea di una risoluzione attraverso un lavoro personalistico di "ritiro della proiezione" o di "analisi personale". Occorre passare da una concezione causalistica del transfert (proietto sull'altro i miei conflitti pulsionali all'origine) a una concezione finalistica: il transfert è quella modalità di relazione che mi permette di entrare in relazione con l'altro per quella che è la mia conoscenza attuale delle modalità di relazione.
Le Modalità Fondamentali del Rapporto: Dipendenza, Interdipendenza e Intersoggettività
Nasciamo ontologicamente dipendenti nel rapporto con il mondo, con l'altro, con noi stessi. La nostra possibilità di sopravvivenza è strettamente dipendente da qualcun altro, un genitore che è anche caregiver. Il primo bisogno del soggetto si dà come bisogno di dipendenza, in quanto bisogno di relazione. La dipendenza nasce dal bisogno del soggetto di mostrarsi all'altro e di rispecchiarsi in lui. Kohut e Schwartz-Salant descrivono come questi due bisogni ("esibizione" e "rispecchiamento") siano primari e costituiscano il punto di svolta del narcisismo primario. Il passaggio dal rapporto di dipendenza è irrinunciabile, pena il vissuto di irrimediabile separatezza tra soggetti umani. La dipendenza è il necessario motore per la conoscenza di sé e dell'altro come soggetti dialoganti.
Se la dipendenza, riuscita, coinvolge entrambi i soggetti, si trasforma in interdipendenza. L'interdipendenza "sana" è il principio di ogni dialogo. Tuttavia, all'interno del rapporto di interdipendenza, è necessario distinguere il rapporto "simbioticamente dipendente" dal rapporto "reciprocamente dipendente".
Il rapporto "simbioticamente dipendente" attua il bisogno di potere e di controllo sulla relazione. Nasce da una mancanza di sintonia (tuning) con l'altro, da un bisogno relazionale mai colmato, accompagnato da un sentimento costante di perdita dell'altro. La simbiosi, il sentire di essere sé stessi solo come appendice dell'altro (e viceversa), cerca di colmare un senso di identità incerto nel soggetto. Spesso, dietro questo tipo di rapporto interdipendente si osserva un'incapacità di relazione dialogica, accompagnata dalla negazione e dalla sconferma dei propri vissuti emotivi e di quelli che si danno nella relazione stessa. Le modalità di rapporto osservabili tendono ad essere ricattatorie, manipolative, strumentali. La soggettività dell'altro (e la propria) è vissuta come minaccia, e il bisogno di controllo coincide con il tentativo di rendere l'altro (o noi stessi) oggetto, controllato e sicuro. La dipendenza simbiotica è al contempo sicurezza e minaccia: sicurezza perché l'altro non può lasciarmi, minaccia perché se l'altro si allontana io muoio. Il pericolo è quello del collasso della propria identità di soggetto. Come difesa controdipendente, in una fase più evoluta del rapporto simbioticamente dipendente, il soggetto ha paura della dipendenza e si isola in una sorta di narcisismo che gli fa evitare ogni coinvolgimento affettivo intimo.
Il rapporto "reciprocamente dipendente" attua il bisogno di conferma nella relazione, il bisogno di mostrarsi e di rispecchiarsi nell'altro, che in questo caso trova una sintonizzazione reciproca. Trovata la propria identità, in uscita dall'identificazione fusionale con l'altro, il rischio di perdersi e di perdere l'altro nel rapporto è affrancato dal sentimento di reciprocità e di vicinanza. Questa vicinanza, inizialmente sperimentata con la presenza costante dell'altro, progressivamente può tollerare la diversità e la lontananza. I momenti di contrasto e di allontanamento sono vissuti come potenzialmente costruttivi e non come una minaccia catastrofica, a differenza del rapporto simbiotico. Il rapporto reciprocamente dipendente permette, nel tempo, una presa di coscienza della dipendenza, accompagnata da un sentimento di accoglienza della dipendenza stessa (e non dal suo fobico rifiuto).
È la consapevolezza e l'accettazione della dipendenza, percepita come potenzialmente positiva per la relazione e non ostacolante il processo di individuazione come soggetto, che permette gradualmente il passaggio dal rapporto di interdipendenza al rapporto intersoggettivo.
Il rapporto intersoggettivo nasce dal bisogno di viversi soggetto al cospetto dell'altro. Più che il bisogno, che forse ancora connota il rapporto reciprocamente dipendente, il rapporto intersoggettivo lascia sorgere il desiderio di vivere l'altro come soggetto interlocutore della propria soggettività. Desiderio che nasce dal bisogno di intimità nella relazione, spazio dove mettersi in gioco in rapporto alla diversità soggettiva (e non solo alla somiglianza) dell'altro. Il rapporto intersoggettivo è accompagnato dal sentimento costante di intimità, di reciprocità, di continuità nel rapporto nonostante la diversità.
Silvia Montefoschi scrive che il dialogo intersoggettivo dell'Uno è: "Tu sei me e io sono te, ma tu sei tu e io sono io". L'Io e il Tu lasciano spazio al Noi. La soggettività compresa nella relazione intersoggettiva non è monade, è la consapevolezza del soggetto che non è mai solo, perché si percepisce sempre dialogante con l'altro, con il mondo, con il tutto. Il sentimento che bene descrive e connota il rapporto intersoggettivo è quello dell'amore, amore con la "A" maiuscola, svincolato dal reciproco soddisfacimento del bisogno, che è poi Amore universale.
Il rapporto di interdipendenza (quello reciprocamente dipendente) e il rapporto intersoggettivo non sono alternativi né il rapporto intersoggettivo è da considerarsi semplicemente un punto di arrivo più evoluto del rapporto interdipendente. Questa concezione rischia di rendere l'intersoggettività un ideale astratto, mai raggiunto, e di sentirla in contrapposizione al rapporto dipendente. Se prescindiamo dal rapporto simbioticamente dipendente, che rientra nell'ambito della "patologia" della relazione, potremmo invece concepire una contemporaneità del vissuto interdipendente e del vissuto intersoggettivo, se accettiamo che l'intersoggettività si fondi sulla reciproca dipendenza, vista non solo come momento evolutivo, ma anche come dialettica tra il bisogno (che riporta al singolo soggetto, vissuto come Io) e il desiderio (che fa riferimento all'altro, vissuto come Tu).
Transfert e Controtransfert nell'Ottica Relazionale
Lettura in un'ottica relazionale, transfert e controtransfert possono essere ulteriormente riletti nella polarità interdipendenza-intersoggettività. Da questo punto di vista, potremmo vedere il cosiddetto "transfert (e controtransfert) negativo" come l'espressione, nell'attualità della relazione analitica, di un rapporto simbioticamente dipendente. Non a caso, l'aggressività, i sentimenti negativi, la noia, persino l'odio, che vengono descritti come i sentimenti tipici del transfert (e controtransfert) negativo e della "resistenza all'analisi", sono, in realtà, sentimenti controdipendenti tipici di una costante minaccia percepita nella relazione: quella della perdita dell'altro che sfugge al nostro controllo simbiotico. L'intimità della relazione non può nascere perché nella relazione simbioticamente dipendente c'è una mancanza di accoglienza per la diversità, una non-sintonizzazione, un mancato rispecchiamento, un'impossibilità a mostrarsi all'altro.
Il "transfert e controtransfert positivo" (ma a questo punto possiamo omettere l'aggettivo "positivo") sono invece segnale di una relazione reciprocamente dipendente che vive, via via, momenti di intersoggettività. Si capisce dunque come il transfert sia un momento necessario in analisi. Se letto in un'ottica relazionale, e non come "proiezione" in senso freudiano o junghiano, la comparsa di sentimenti di transfert (e di controtransfert) indica la nascita di intimità nella relazione analitica. Certo, indica anche la nascita di una dipendenza che, se accolta e vissuta reciprocamente in modo progressivamente consapevole, porta all'individuarsi come soggetti reciprocamente dialoganti nella relazione (intersoggettività). L'accoglimento della reciproca dipendenza, nella ricerca dell'intersoggettività, è ciò che permette la relazione analitica e, in futuro, permette al paziente di sviluppare modalità relazionali più sane e mature.
La Funzione Terapeutica del Transfert e del Controtransfert
Grazie al transfert e al controtransfert, l'analista può andare in profondità nel mondo psichico del paziente, comprenderlo in maniera migliore, fare le dovute interpretazioni e stabilire gli interventi terapeutici. Il transfert riveste le funzioni di patrimonio di informazioni e bagaglio emotivo del paziente.
Un esempio tipico di transfert è la proiezione di sentimenti che si provavano verso un genitore giudicante e severo, che portano a percepire il terapeuta anch'egli come giudicante e severo, e addirittura a manifestare rabbia. È comune anche la proiezione di vissuti ripetuti e luoghi comuni sulla figura dell'analista. Per esempio, se l'analista chiede "è sicuro di volere fare l'artista?", il paziente può sentirsi giudicato come un fannullone, facendo delle supposizioni e interpretando le parole e le domande dell'analista in maniera errata.
Le conseguenze del transfert spaziano dallo sviluppo di resistenze e perdita di fiducia, al mettere l'analista nei panni dell'amante e seguire ciecamente le sue indicazioni. La risposta del controtransfert da parte del terapeuta può portare a discutere con il paziente, averne eccessivo interesse, sognarlo, comportarsi in maniera poco professionale, sperimentare emozioni intense e non riuscire a comprendere il materiale da analizzare in terapia.
È fondamentale che nella relazione terapeutica l'analista mantenga una rigorosa neutralità e che, al tempo stesso, ascolti il paziente permettendogli di trasferire su di lui il proprio materiale inconscio. Tuttavia, il terapeuta non dovrebbe essere del tutto distaccato, ma dovrà controllare la sua reazione emotiva in modo da poter procedere a una valida interpretazione e permettere al transfert di svolgere il suo ruolo di canale terapeutico. Lungo il percorso analitico, il terapeuta dovrà prestare attenzione ad eventuali segni di innamoramento o eccessiva aggressività, in modo da gestirli in maniera appropriata. Dovrà supervisionare e analizzare le emozioni che sorgono sia nel transfert sia nel controtransfert, in modo da stabilire una distanza ottimale, che non pregiudichi né l'empatia né la terapia stessa.
Così, mantenendo un punto d'appoggio nella propria realtà, pur lasciandosi trascinare nel caotico mondo interiore del paziente, l'analista può giungere alla comprensione del disagio vissuto dal paziente. Questo concetto è in linea con il metodo adleriano, con cui il terapeuta cerca di controllare il transfert ma senza portarlo all'estremo.
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