J. R. R. Tolkien è uno di quei rari scrittori-mondo alla cui autorità morale e culturale molti si appellano, non sempre in buona fede, per trovare la propria via esistenziale, per supportare una propria visione del mondo già formata ma pericolante, oppure per fornire una patente di nobiltà ad un’ideologia rozza e triviale. La sua monumentale opera, in particolare "Il Signore degli Anelli", ha generato un fenomeno culturale di vasta portata, influenzando generazioni di lettori e permeando la cultura popolare in modi inaspettati. Tuttavia, dietro la superficie di un racconto fantasy, si cela una profonda critica alla modernità e una complessa esplorazione di temi teologici, etici e filosofici.

L'Antitecnologia Tolkieniana: Tra Magia Bianca e Corruzione Industriale
Nella vulgata popolare, J. R. R. T. appare spesso come una sorta di retrogrado vegliardo zavorrato ad una visione bucolica della vita. Una lettura preliminare di alcuni estratti dalla sua corrispondenza, come la lettera del 1951 indirizzata a Milton Waldman, in cui Tolkien parla della "Macchina" come mezzo per raggiungere rapidamente potere, suggerisce un atteggiamento di diffidenza verso la modernità tecnologica del Novecento. Questo non si traduce, tuttavia, in una cieca tecnofobia o luddismo.
Il concetto fondamentale che emerge è l'esistenza di una tecnica "buona", equiparabile alla magia bianca o all'arte, e una tecnica "cattiva". Come sottolineato da vari studiosi, la magia può essere un atto di imposizione sulla natura o un atto di scoperta. Nel primo caso, si configura come magia nera: "Saruman che si fa creatore della stirpe mutata degli orchetti Uruk-hai". Questa magia nera, paragonabile alla tecnologia moderna, "altera perversamente la materia, forza i suoi limiti e scimmiotta l’opera del Creatore".

Agnoloni esprime un concetto simile, annotando come la forma di magia fondata sul concetto di Macchina, e dunque sull'aspirazione al dominio e al possesso, che caratterizza Sauron e i suoi schiavi, sia contrapposta alla virtù artistica degli Elfi (incantesimo). Vaccari, inoltre, associa la figura dello "scienziato pazzo", dominato dalla hybris, a generi come la fantascienza e l'horror, evidenziando come "Lo stregone Saruman esprime forse ancor meglio di Sauron il risultato della capacità distruttiva della tecnologia disumana così aborrita da Tolkien, perché in grado di corrompere persino colui che un tempo era chiamato il saggio".
Tuttavia, lungi dall'appiattirsi su una visione unilaterale, Tolkien presenta anche tecniche "buone". Accanto alle macchine distruttive, troviamo le semplici tecniche degli Hobbit della Contea - il soffietto del fabbro, il mulino ad acqua, il telaio a mano - e quelle più raffinate degli Elfi e dei Nani, maestri nell'estrazione e forgia dei metalli, nella costruzione di canali e pozzi. La descrizione di Saruman che prosciuga il lago e taglia alberi per sfruttarne la legna, creando cupole rocciose per accedere a magazzini, fucine e armerie, da cui fuoriusciva un "nauseabondo fumo acre e nero", dipinge un quadro vivido della corruzione operata dalla tecnologia sfrenata.
La critica di Tolkien si concentra sull'idea che il modernismo industriale non debba essere attribuito a una maggiore appartenenza al mondo reale, né che il ritorno alla natura sia una semplice evasione. Al contrario, i personaggi della Terra di Mezzo intessono un dialogo quotidiano e ininterrotto con la natura, trovandovi le risorse per una retta pratica scientifica e tecnologica. L'ossessione tecnologica di Saruman, che inizia dalla curiosità intellettuale e si evolve in avidità, dominio, odio e disprezzo per il mondo naturale, rappresenta la tensione faustiana al superamento dei propri limiti.
Ent, Elfi e Hobbit - La visione dell'ambiente nell'opera di J.R.R. Tolkien
La Dialettica tra Natura Pura e Natura Inquinata
Questa dialettica tra una natura pura, percorsa da uomini liberi, e una natura inquinata e depredata, al cui servizio sono posti esseri in stato di cattività, è evidente fin dalle origini del mondo secondario di Tolkien. Melkor, ritirandosi nella sua "prigione di ferro", Angband, una possente fortezza sotterranea con miniere e fabbriche popolate da schiavi, domina un'area cupa e triste, segnata dalla presenza del male e intossicata dalle esalazioni degli opifici.
Questa visione manichea, priva di sfumature chiaroscurali, in cui Bene e Male si oppongono senza compromessi, contrasta con il relativismo morale della modernità. Spostando l'asse del discorso dalle persone ai luoghi, il concetto non muta. Mordor, Barad-dur, Isengard sono emblemi della Modernità: in essi vige il potere temporale più spietato basato sul terrore e sulla costrizione. Tutto è pianificato e massificato, la Scienza si oppone alla natura e la devasta, le sue fucine sfornano non solo armi ma esseri nuovi, malvagi e mostruosi, con il fine della distruzione e dell'asservimento tramite mezzi violenti e meccanici.

Questi luoghi rappresentano anche l'applicazione di metodi tayloristici o fordiani alla produzione, dove l'uomo che produce una cosa diventa egli stesso cosa. Mordor viene descritto come "allusione trasparente alla civiltà industriale vista nel suo rovescio nero e mortale", un'immagine di "una nuova retorica antindustriale ed ecologica". La tecnica, in Tolkien, significa degradazione della natura e dell'anima, e le si addicono tinte nere e toni dissonanti.
Persino un osservatore come Isaac Asimov, pur non appartenendo al genere della fantasia eroica, riconosce questo aspetto, definendo Mordor come "il mondo industriale che si evolve sempre di più ed estende il suo potere su tutto il pianeta, distruggendolo e avvelenandolo". L'Anello, in questa prospettiva, diventa la seduzione esercitata dalla tecnologia, il desiderio di prodotti ottenuti più facilmente e in maggiori quantità.
La Fede Cattolica come Fondamento della "Realtà in Trasparenza"
Le interpretazioni dell'opera di Tolkien spesso ignorano o mistificano il suo profondo legame con la fede cattolica. Tolkien stesso dichiarò che "Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica", aggiungendo che non ne era pienamente consapevole all'inizio, ma lo divenne durante la correzione. La sua fede, nutrita fin dall'infanzia, permea ogni aspetto della sua creazione.

Tolkien parlava di "analogie, non simboli o allegorie", definendo i suoi personaggi e il contesto come "la realtà in trasparenza". Le analogie sono "ideal tipi", esempi idealizzati utilizzati dall'autore per rappresentare segmenti della vita reale. Comprendere queste idealizzazioni è fondamentale per cogliere il significato del suo messaggio. Lewis, amico di Tolkien, descrive il mondo creato dallo scrittore come "palesemente oggettivo", dove "gli uomini sono uomini in modo più vero, gli amici più amici di quanto spesso sperimentiamo ogni giorno".
La dimensione religiosa dell'opera è ulteriormente evidenziata dal suo rapporto con il padre spirituale gesuita, Robert Murray, a cui Tolkien scrisse: "mi ha specialmente rallegrato quello che tu hai detto […] e hai rivelato persino a me stesso alcune cose del mio lavoro. Penso di sapere esattamente che cosa intendi con dottrina della Grazia; e naturalmente con il tuo riferimento a Nostra Signora, su cui si basa tutta la mia piccola percezione di bellezza sia come maestà sia come semplicità."
Le lettere a suo figlio Christopher rivelano un amore profondo e una guida spirituale, in cui Tolkien esorta all'amore per i "Santi Sacramenti" e alla preghiera. Questo profondo radicamento nella fede cristiana cozza con le "accuse" mosse da alcuni ricercatori riguardo una presunta affiliazione di Tolkien alla setta filo-satanista Golden Dawn. Le prove addotte da questi ricercatori sono state definite "ridicole" e facilmente utilizzabili per screditare la loro stessa tesi.
Thomas Howard, docente universitario e amico di Lewis e Williams, conferma la natura "capolavoro cattolico" de "Il Signore degli Anelli", citando le parole di Tolkien stesso e individuando analogie specifiche con categorie cattoliche, come la natura del bene e del male, la sofferenza vicaria e la presenza di "sacramentali" nell'opera. Howard sottolinea come nessun protestante avrebbe potuto scrivere una saga così profondamente "sacramentale", raggiungendo la salvezza attraverso mezzi concreti e fisici.
La Battaglia Epica contro il Male e il Rifiuto dell'Allegoria
Elémire Zolla, nella sua introduzione alla prima edizione italiana de "Il Signore degli Anelli", distingue radicalmente Tolkien da altri "favolisti moderni" come Graves, Williams e Powys. Mentre questi ultimi cercano una mediazione tra bene e male, o si immergono in atmosfere esoteriche e androgine, Tolkien "non cerca la mediazione tra male e bene, ma soltanto la vittoria sul male". I suoi draghi non sono da assimilare, ma da annientare.

La fiaba di Tolkien, secondo Zolla, non celebra Lucifero, ma San Michele, Beowulf o San Giorgio. Questa "vittoria sul Male" è ricercata con il massimo degli strumenti e delle forze, una battaglia epica e universale. Questa prospettiva anti-luciferina è fondamentale per comprendere il rapporto di Tolkien con figure come Charles Williams, membro sia degli Inklings che della Golden Dawn. Le loro storie, influenzate dalla tradizione favolistica moderna, erano pericolosamente attratte dall'esoterico e dall'occulto, a differenza della favolistica di Tolkien e Lewis.
La presunta "prova" dell'affiliazione di Tolkien alla Golden Dawn, basata sulla somiglianza tra la raffigurazione della Porta delle Miniere di Moria e l'Arco Reale Alchemico massonico, viene smontata. Tolkien utilizza questo simbolo esplicitamente massonico proprio all'entrata di quelle miniere che segnano l'inizio della battaglia tra Bene e Male, rendendo la prova una contro-prova che dimostra la sua critica e il suo rifiuto di tale simbologia.
Morte, Immortalità e la Visione Teologica della Storia
Tolkien stesso affermò che la sua opera non trattava principalmente del "potere", ma della "morte, e dell’immortalità". La sua riflessione sulla morte, iniziata durante la Prima Guerra Mondiale, è un tema centrale esplorato nel dialogo tra Andreth e Finrod, ambientato nella Terra di Mezzo secoli prima de "Il Signore degli Anelli".
Gli Elfi, immortali, faticano a comprendere la morte umana, considerata un "dono" particolare. Attraverso un'argomentazione logica e teologica, basata su assiomi come l'armonia tra spirito (fëa) e corpo (hröa), Tolkien dimostra la necessità di un risanamento futuro della materia di Arda, in cui il corpo verrà ricostruito e potrà ricongiungersi al suo spirito. Questa visione teologica della storia, che include l'idea di un'assunzione originaria (come quella della Vergine Maria), dimostra la profondità intellettuale di Tolkien, ben oltre quella di un semplice scrittore per ragazzi.

Tolkien, Ideologie e la Ricerca del Bello
Le interpretazioni politiche di Tolkien sono state spesso semplificate. Negli anni '60, la sinistra americana abbracciò la sua opera per il suo presunto significato anticonformista ed ecologista, mentre in Italia fu etichettato come "fascista". Tuttavia, Tolkien trascende ogni ideologia.
La sua opera è una critica radicale agli aspetti alienanti del XX secolo: lo scientismo, lo statalismo tecnocratico, l'industrializzazione indiscriminata e la devastazione del territorio. Questo non rappresenta un rimpianto per il passato premoderno, ma una critica moderna al proprio tempo. Scrivere di fulmini anziché di lampioni non implica un'avversità alla luce elettrica, ma la volontà di lavorare con archetipi mitici e letterari validi per ogni epoca.
Tolkien stesso stigmatizzò la mentalità antistorica di chi cammina nel presente con lo sguardo rivolto all'indietro. La sua nostalgia per le cose belle perdute non lo spingeva a idealizzare il passato, ma a considerare l'ineluttabilità della trasformazione come parte integrante della storia. La sua visione cristiana interpretava la condizione umana come Caduta e la storia come lunga sconfitta, ma condannava il rimpianto e l'avversione al mutamento.
Nel suo mondo, il frammentarsi della luce originaria non esclude l'insorgere di nuove luminescenze e la ripresa del bene oltre le sconfitte. L'avvento degli Uomini, pur segnando il lento svanire del mondo elfico, rappresenta una nuova possibilità, intrisa di vitalità e speranza.
Il tema del potere è centrale: il desiderio di prevalenza e dominio, anche per fini nobili, è la scintilla che innesca ogni processo di corruzione. La rinuncia al potere, e ai suoi strumenti come l'Anello, è la vera forza per sconfiggere il male. Gli eroi di Tolkien sono coloro che resistono alla tentazione del dominio e si assumono responsabilità verso il mondo.
Un Epos Popolare e la Laicità Ibrida
Tolkien scrisse una letteratura popolare, con molteplici livelli di lettura ma accessibile a tutti per lingua e struttura narrativa. Era consapevole che un epos esoterico non avrebbe avuto senso, poiché la sua ragion d'essere è essere fruito e condiviso da una comunità.
Il suo essere un "pagano convertito" allude a un credente devoto, ma affascinato dall'antichità precristiana. Nella sua opera, queste due visioni del mondo si incontrano e si scontrano in una "zona franca", dove gli eroi devono andare oltre il coraggio degli antichi, pur facendo a meno della promessa cristiana. La Terra di Mezzo è un mondo privo di culti strutturati, abitato da "uomini naturali" che affrontano il male armati di speranza senza garanzie.
È in questa "laicità ibrida", in bilico tra luce e ombra, che risiede il segreto della sua universalità. La sua opera, dunque, non è solo un capolavoro fantasy, ma un'esplorazione profonda della condizione umana, della lotta contro il male e della ricerca della bellezza e della verità, offrendo un messaggio di speranza e resilienza anche nei tempi più oscuri.
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