Se il gusto dell’inconscio si nasconde tra totem e ragù, il cibo fa bene alla psiche, a volte persino più del sesso. Questa provocatoria affermazione affonda le sue radici nel pensiero di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, che sulle nostre pulsioni più inconfessabili ha costruito un’intera teoria dell’uomo, esplorando il desiderio edipico, il complesso di soffiare al padre la sua dolce metà, che di fatto è la nostra mamma. Tuttavia, una rilettura delle pagine dei diari, delle lettere e dei racconti della figlia Anna, suggerisce una prospettiva diversa: il vero pallino del viennese dallo sguardo penetrante erano i fornelli.
A raccontare questo sorprendente "testacoda alimentare" della teoria freudiana è lo psicanalista di fama mondiale James Hillman, che, con la complicità del mitologo Charles Boer, ha scritto "La cucina del dottor Freud". A distanza di trent’anni dalla sua pubblicazione originale, questo succulento libretto è stato tradotto in italiano dall’editore Raffaello Cortina, rivelando come ciò che sembrava un mero dettaglio, come le fobie alimentari di celebri pazienti isteriche quali Anna O., che mangiava solo arance, possa in realtà diventare un indizio perturbante. Ci si potrebbe chiedere se, di fronte alle nostre diete monosapore, non stiamo tutti diventando isterici, quando invece il benessere fisico e mentale richiederebbero un’alimentazione varia e gioiosa, possibilmente senza sensi di colpa.

Il volume offre un prezioso vademecum del piacere, ricco di ricette che mescolano sapientemente tradizione viennese, gastronomia ungherese, sapori moravi e umori yiddish. Si spazia dalle "fettuccine libido" al "barattolo di déjà-vu", dalla "crostata edipica" alla "torta paranoica", dalle "fragolone inconsce" al "prandium interruptum". E attraverso queste creazioni culinarie, si scopre che per Sigmund, nulla ha mai eguagliato l’anatra arrosto con salsa di mele della mamma Amalia, figura amata e odiata, capace di chiamarlo pubblicamente "goldener Sigi", adorato Sigi, senza mai far intendere se ciò derivasse da un affetto sincero o da un sottile intento canzonatorio.
La vita di Freud fu segnata anche da una moglie bigotta. Al momento del matrimonio, Martha mangiava solo cibi kasher, e ci volle tutta l’arte seduttiva di Sigmund per liberarla dalle superstizioni e farle apprezzare il girello di maiale in agrodolce. In fondo, ogni vita, anche quella dei grandi, è un complesso intreccio di totem e ragù.
Il Cibo come Specchio della Psiche: Oltre la Sopravvivenza
La consueta afa padana, che non concede tregua, faceva sentire inarrestabilmente la sua presenza nel maggio-giugno 2015, in concomitanza con Expo Milano. Durante questo frangente primaverile-estivo, all’esposizione universale milanese venne presentato il quarto volume di "Cultura del cibo: Cibo nelle arti e nella cultura". Quest’opera, nella sua interezza, si presenta imponente ed esaustiva, vantando una visione del cibo a tutto tondo, suddivisa in quattro volumi e pubblicata da Utet nella collana Grandi Opere, sotto la curatela di Massimo Montanari e Françoise Sabban. Massimo Montanari, docente presso l’Università di Bologna e storico medievista di fama mondiale per i suoi innumerevoli e brillanti studi riguardanti l’alimentazione durante il periodo medievale, è stato uno degli ospiti d’eccezione di una conferenza tenutasi presso l’aula magna dell’Università, dove, insieme al docente Nicola Perullo, ha introdotto l’opera. Beatrice Balsamo, psicanalista bolognese e Presidente dell’Associazione Mens-a - Promuovere Bologna, nonché direttore scientifico dell’evento “Mens-a. L’intelligenza ospitale”, ha partecipato per la prima volta a Pollenzo.
Dal Secondo Dopoguerra, quando la fame ha cessato di essere una problematica così imperante, almeno per il Primo e Secondo Mondo, si sono sviluppati altri disturbi alimentari: anoressia, bulimia e obesità. Questi problemi, oramai pandemici, hanno colpito e mietuto vittime nel nostro mondo sempre più globalizzato, un pianeta in cui il cibo risulta sempre più spesso solo un mero carburante per "tirare avanti", un ostacolo al raggiungimento di una determinata e tanto bramata folle perfezione, o ancora un appagamento, un rifugio e un luogo di ristoro da determinati disagi interiori. "Vi è la necessità di aver sempre più una psicologia legata al mondo del cibo", come sottolineato dalla dottoressa Balsamo.
Sigmund Freud, ricordato per la sua decisiva opera a cavallo tra XIX e XX secolo riguardante il sogno, per quel famoso quadro in cui tiene orgogliosamente in mano un sigaro cubano e per l’uso, si dice, di cocaina solo per fini nobili e di ricerca, non è certamente noto ai più per aver effettuato studi di psicologia del cibo. Citando Freud, Beatrice Balsamo afferma come, collegata all’oralità, vi sia ciò che lo stesso filosofo definì un piacere-pulsione non legato alla sostanza cibo in sé, ma al rapporto tra oggetto-cibo e bocca.
Vi spiego cos'è l'inconscio - secondo Freud
"Dietro la spinta a cibarsi vi è un desiderio di comprensione umana", sostiene Jacques Lacan, psicologo e filosofo francese del '900, il quale affermava che a monte della domanda di cibo vi è una domanda simbolica di amore e di comprensione. Beatrice Balsamo enfatizza l’importanza che ricopre la madre per il figlio durante i primi mesi di vita: essa deve essere in grado di nutrirlo non solo come un semplice oggetto che necessita di cibo, ma come un essere umano che ha bisogno di calore, amore, comprensione e soprattutto premura. Dietro tutto ciò si cela la differenza abissale tra cibo e cibo conviviale. A detta della dottoressa Balsamo, infatti, i comportamenti "a tavola" degli anoressici e degli obesi sono esemplarmente il sintomo di questo processo: certo, anche costoro si nutrono, ma di alimenti che hanno perso totalmente i valori dell’amore e della convivialità di cui sono portatori.
Come ci ricorda Marcel Proust, dietro al cibarsi vi è anche il desiderio di ricordare. È esemplare come il piatto preferito di un individuo sia di fatto collegato a un determinato ricordo: "Si va alla ricerca di un certo cibo per un certo ricordo". Infine, vi sono altri due elementi fondamentali in questa psicologia del cibo: l’estetica e la parola. La dottoressa Balsamo sostiene come la bellezza dell’alimento impedisca che questo venga divorato. Più il cibo in questione è bello, più si è tentennanti nel mangiarlo con voracità (esemplare in proposito è la cura maniacale dell’aspetto estetico dei piatti nei ristoranti stellati). La bellezza, dunque, agisce come elemento regolativo del gusto, così come la parola. Il conversare a tavola fa in modo che la voracità verso il cibo venga meno. In una situazione sociale come quella attuale, in cui i rapporti umani, quelli veri, sono sempre più fittizi e flebili, e dove la solitudine nella sua essenza prende il sopravvento, è urgentemente necessaria una psicologia del cibo, la quale deve essere in grado di ricreare convivo e socialità. È bene ricordare come la stessa etimologia della parola convivio, "cum vivere", significhi "vivere assieme".
La Psicoanalisi in Cucina: Un Divertissement tra Ricette e Riferimenti
Marino Niola, sulle pagine di Repubblica, offre una gustosissima e quanto mai appropriata recensione a "La cucina del dottor Freud" di James Hillman e Charles Boer (Raffaello Cortina, pagg. 254, euro 19). I due autorevoli autori rintracciano nelle lettere e negli scritti del padre della psicoanalisi i legami tra cibo e nevrosi, proponendo una lettura sorridente e seria dell'"Homo dieteticus", corredata da un assaggio delle ricette contenute nel libro, da sperimentare durante le prossime vacanze.
Panini, Coca-Cola, tramezzini, spaghetti precotti e hamburger: per James Hillman, è questa la vera psicopatologia della vita quotidiana, l’origine di tutte le nostre nevrosi. Il celebre psicanalista, con la complicità del mitologo Charles Boer, "uccide il padre della psicanalisi e cucina i suoi frammenti in un banchetto cannibalico" nel libro "La cucina del dottor Freud", un’opera a metà tra "Psycho" e Woody Allen, pubblicata da Raffaello Cortina con la traduzione di Vittorio Serra Boccara. Apparso originariamente negli USA nel 1985, questo spaesante "cookbook freudiano", che allora poteva sembrare solo un divertissement per psicanalisti consumati, alla luce della cibomania dilagante di oggi, si rivela in tutta la sua profetica attualità, trasformandosi in una sorta di analisi dei lapsus, delle fissazioni, delle rimozioni, delle ossessioni e delle fobie dell'"homo dieteticus", ovvero il cittadino globale che ha fatto del cibo il vero luogo della libido, ben più del sesso.

Hillman e Boer fanno infatti confessare al "grande Sigmund" che la psicoanalisi non è nata dietro il divano, ma davanti ai fornelli. In questo senso, è vero che la pratica analitica e la cucina hanno avuto molto in comune, perché sono entrambe delle "fantaisies de bouche". Solo che, all’origine di tutto, non c’è il sesso, ma la gola. E le nevrosi non nascono a letto, ma a tavola. Questo libro costituisce dunque una clamorosa retromarcia dell’oralità, che restituisce alla bocca un ruolo non semplicemente metaforico, sostitutivo, ma letterale, alimentare, funzionale. Come a dire che le gratificazioni genitali derivano dalle voluttà orali e non viceversa: se repressione c’è stata, è stato il sesso a reprimere e sublimare il cibo, e non viceversa. A muovere la pulsione orale non è il desiderio, ma la "gourmandise".
Attraverso frammenti di lettere, appunti biografici e testi della figlia Anna, messi insieme da Hillman e Boer, emerge un Freud severo verso se stesso e feroce verso i suoi seguaci, colpevoli di aver ridotto la pratica analitica a un "formulario di ricette precotte", a una "cucina psicologica freudiana". Il padre della psicanalisi se la prende anche con i medici che, in generale, non sanno mangiare e hanno sublimato le loro frustrazioni orali con tetre ammonizioni. Per cui, conclude, "noi dovremmo mangiare come le mucche e i cavalli, vale a dire verdure crude, cereali integrali, pasti misurati, equilibrati. Quelle famose diete equilibrate, che generano menti squilibrate".
Aggiunge che, in fondo, tutti i protagonisti dei suoi casi clinici più celebri avevano trasformato i totem alimentari in tabù. Anna O. si nutriva unicamente di arance; Dora era una "mediocre mangiatrice e rivendicava il suo disinteresse per qualsiasi cibo"; mentre Miss Lucy R. era afflitta da strane dispercezioni olfattive. In questo senso, la ricetta del "fegato d’anitra isterica" che si trova nel libro è idealmente dedicata a loro. Il piccolo Hans, invece, ha ispirato quella dell'"Hansburger", la succulenta polpetta di carne equina che il grande viennese avrebbe consigliato come terapia per far superare al bambino la paura dei morsi di cavallo, all’insegna del "meglio mangiare che essere mangiati". E questo è solo l’antipasto. Il libro propone un menu ricchissimo fatto di transfert, nonsense, giochi linguistici davvero gustosi. Dalle "fettuccine libido" al "barattolo di déjà-vu", dalla "crostata edipica" alla "torta paranoica". Sono a tutti gli effetti ricette vere, che mescolano tradizione viennese, gastronomia ungherese, umori yiddish.
Ma il triangolo edipico Hillman-Boer-Freud si spinge ancora più in là, liquidando senza rimpianti un topos analitico come la "scena primaria". All’origine di ogni sofferenza nevrotica ci sarebbe infatti la "cena primaria", non la scena. A turbare il bambino non è il sadismo fantasmatico di mamma e papà che fanno sesso, ma piuttosto le dinamiche che avvengono a tavola. E ce n’è per maestri, colleghi, rivali e seguaci, da Charcot ad Adler, da Ernest Jones a Melanie Klein. Anche se la rasoiata più feroce lo pseudo-Sigmund la riserva alla mania dilagante dello "Jung Food": un cibo pronto e di largo consumo, con una spiccata zodiacalità, caramellata ed edulcorata, un po’ esotica, un po’ esoterica - una spazzatura analitica, insomma. Così, tra il serio e il faceto, tra "salsa Narciso" e "involtini Thanatos", "insalata Ave Cesare Lombroso" e "lingua di bue afasica", "rognoni di Abraham" e "abbassamento del pisello mentale", affiora, tra le parole d’ordine e le figure chiave della psicanalisi, un immenso laboratorio di gastronomia potenziale.
La Ricetta della "Torta Paranoica"
Per preparare la "Torta Paranoica", come suggerito nel volume, è necessario:
Mescolare nel frullatore due tazze di farina, un cucchiaio e mezzo di zucchero bianco e uno e mezzo di canna, un cucchiaino di lievito e un pizzico di sale. Aggiungere mezza tazza di panna, un etto e mezzo di burro e un uovo. Distendere l’impasto e tagliarlo in due: un pezzo per il sopra e uno per il sotto.

Borges racconta che, sorpreso dagli amici in cucina, Eraclito di Efeso li accolse dicendo: "Entrate, entrate, gli dei sono anche qui". Se confacente agli dei, perché una cucina non dovrebbe esserlo anche per il nume massimo della psicoanalisi, Sigmund Freud? Difatti, "La cucina del dottor Freud" è il titolo del volume di James Hillman e Charles Boer, ora tradotto da Cortina (pagg. 198, lire 30.000). Hillman e Boer non sono goliardi decisi a divertirsi con la psicoanalisi: Hillman è psicanalista di fama, Boer traduttore, fra l’altro, degli Inni omerici. Il libro non è né una biografia scherzosa di Freud né un prontuario gastronomico.
Nella mia imperizia culinaria, non posso dire se le ricette siano attuabili: poco importa. Non c’è dubbio che si diano rapporti significativi fra cibo e libido; basterà il sogno della piccolissima Anna Freud, citato nella "Traumdeutung", quello delle "fragole, fragoloni, frittata, pappa". Ma a chi si dirige questo libro, insieme serio e irrisorio? Ai seguaci di Brillat Savarin e di Artusi o ai familiari della psicoanalisi? Penso che non si potrà gustarne la lettura senza un’infarinatura analitica, visto che le ricette giocano su personaggi, formule, istituti della vulgata psicoanalitica, e della vita di Freud, con deformazioni letterali, stravolgimenti ironici, insomma ricorrendo a ciò che si dà di più freudiano: il motto di spirito.
Così, la "cena primaria" riecheggerà la ben nota "scena primaria"; la ricetta del "Minnastrone" convocherà l’ombra di Minna, la cognata di Freud; la "Bananna O" il caso di Anna O. Che dire? Lo pseudo-Freud proclama il suo nuovo credo fin nelle prime pagine: "Certo, il principio della vita è Eros, ma non potrebbe darsi che l’organizzazione primaria dell’erotismo sia anzitutto orale e resti orale fino all’ultimo pasto?… L’indigestione è più universale ancora del complesso di Edipo…". La "crostata isterica"! Lo "stufato nevrotico"!
Schnitzel, wurstel e gulash, Sacher e strudel: la cucina viennese, coacervo delle ricette mitteleuropee, erede della tradizione gastronomica austro-ungarica, può piacere o meno. Per quanto gustosa, al nostro palato mediterraneo talvolta appare pesante, troppo ricca in zuccheri e grassi. Ma certo non si può negarle una sua magnificenza imperiale, della quale una sosta da Demel resta sempre un piacevole assaggio. Non a tutti, però, verrebbe da abbinare al piacere della tavola una riflessione psicanalitica seguendo le tracce di un altro monumento della cultura viennese come Sigmund Freud. Il parallelo è invece più che giustificato.
Il testo è un pastiche, un divertissement che mescola abilmente ricordi e riferimenti culinari tratti da un autore che, in effetti, dedicò all'alimentazione molte valutazioni di interesse. Nel libro si trovano aneddoti relativi alle tradizioni alimentari della famiglia d'origine del padre della psicanalisi, ma anche alcuni sogni da lui esposti come casi di studio. Nella visione erotica freudiana, il cibo è un piacere in qualche modo complementare al sesso; l'appetito e le stesse modalità di ingestione rimandano a pulsioni vitali analoghe a quelle che spingono all'accoppiamento e alla riproduzione. Peraltro, a proposito di nevrosi - e in qualche caso persino di psicosi - ogni giorno siamo per più volte vittime di un piccolo trauma, causato dal tentativo di conciliare il nostro ego palatale con il super-io che invece vuole imporci una o l'altra dieta.
Il "para-Freud" se la prende tra gli altri con le "fobie alimentari" e con la "nostalgia ossessiva per i cibi sani", ma anche con "tramezzini e hamburger": è "questa la vera psicopatologia della vita quotidiana, il vero disagio della civiltà". E che dire dell'imposizione religiosa che accetta solo alcuni piatti come kosher o halal, cioè puri, relegando gli altri all'idea di peccato? "La cucina del dottor Freud" è una lista di piaceri del gusto, composta con aneddoti, ricette e ricordi, poiché - qui ci soccorre ovviamente Marcel Proust, altro scrittore profondamente impregnato dall'introspezione psicologica - un sapore perduto e ritrovato può dare la stura alle più insospettate reminiscenze.
Il rapporto tra cosa mangi e chi sei è stato a lungo oggetto di studio. Mangiare va ben oltre il semplice aspetto nutritivo e di sopravvivenza. Consumare un pasto può rivelare molto su chi siamo e come ci rapportiamo nel mondo. Ci sono molti aspetti che possono influenzare la nostra personalità e tra questi c’è anche il nostro personale rapporto con il cibo. Ad esempio, alcuni ricercatori della North Dakota State University e della Saint Xavier University di Chicago hanno evidenziato come le persone che preferiscono mangiare cibi dolci tendono ad avere un carattere più disponibile e collaborativo.
Secondo le teorie di Sigmund Freud, è presente una relazione tra cibo, sesso e aggressività. Questa relazione è stata paragonata alla soddisfazione che un neonato prova nel succhiare il latte dal seno materno. Anche l’aggressività può essere manifestata a tavola, ad esempio attraverso il rifiuto del cibo, o comportamenti estremi come le abbuffate oppure il digiuno. Oltre a riflettere la nostra personalità, il cibo può influenzare anche il modo in cui vediamo le altre persone. Ad esempio, chi consuma alimenti "buoni" (come verdure o cibi ipocalorici) viene visto come una persona più intelligente e attraente. Il cibo non è solo una questione di sopravvivenza, ma può offrire un ottimo spunto per conoscere noi stessi, la nostra personalità e anche le interazioni con gli altri. La Psicologia del Comportamento Alimentare ci ricorda che ci sono delle motivazioni sensate dietro alle scelte e abitudini alimentari di ognuno.
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