Il cinema di Ferzan Özpetek ha sempre esplorato le complessità delle relazioni umane con una sensibilità rara, intrecciando le dinamiche familiari con le sfide dell'identità personale. "Mine Vaganti", sia nella sua trasposizione cinematografica che teatrale, incarna perfettamente questa vocazione, offrendo uno sguardo profondo e sfumato sulle pressioni sociali, sui segreti custoditi e sul coraggio necessario per liberarsi dalle gabbie dell'apparenza.
La Famiglia Cantone: Un Pastificio, Un'Apparenza, Molti Segreti
Al centro della narrazione troviamo la famiglia Cantone, proprietaria di uno dei più importanti pastifici del Salento. La storia affonda le radici in un passato segnato da un amore taciuto, quello della nonna, che ha dato il via all'azienda insieme al cognato, nutrendo per tutta la vita un sentimento inespresso. Questi "impulsi sopiti" sembrano riverberarsi sulle abitudini di una famiglia imprigionata nelle convenzioni dell'alta borghesia, dove il perbenismo regna sovrano e le apparenze sono tutto.
Il ritorno a casa del figlio minore, Tommaso, di ritorno da Roma dove studia economia e commercio, segna un momento cruciale. La famiglia si prepara a sancire ufficialmente il passaggio della gestione aziendale ai due figli maschi. Tuttavia, Tommaso è pronto a sovvertire i piani del pater familias, dichiarando apertamente la propria omosessualità e il desiderio di perseguire aspirazioni letterarie. Ma durante la cena ufficiale, il fratello maggiore Antonio lo anticipa, rivelando la propria omosessualità dopo anni di fedele servizio agli affari di famiglia. Questo atto di coraggio porta alla sua espulsione dalla casa e dalla direzione dell'azienda. Per non distruggere ulteriormente l'orgoglio del padre, già provato da un collasso al momento della rivelazione, Tommaso si trova costretto a dissimulare le proprie preferenze sessuali e ad assecondare, almeno momentaneamente, gli oneri familiari.

L'Intreccio tra Psicoanalisi e Scienze Umane: La Teoria delle Mine Vaganti
Parallelamente alla narrazione cinematografica, il testo ci introduce al libro di Andrea Seganti, che esplora la "teoria delle mine vaganti" attraverso una lente psicoanalitica e interdisciplinare. Questo approccio, che coniuga la psicoanalisi con le scienze antropologiche, le neuroscienze e le dinamiche dei sistemi complessi non-lineari, suscita un vivo interesse per la sua capacità di collegare il macrocosmo sociale al microcosmo psicologico della sensibilità individuale.
Seganti definisce la psicoanalisi come una "pratica sociale, basata sull’indagine introspettiva, che cerca di mettere nel fuoco della coscienza quelle sensazioni negative che sono state mandate in sottofondo per causa di precedenti accordi inconsapevoli o solo parzialmente consapevoli che sono stati contratti tra sé e gli altri". Questa pratica favorisce la concentrazione sui vissuti soggettivi e mira a ricostruire la storia di una persona, portando alla luce vissuti rimossi che continuano a influenzare l'attualità.
La teoria delle mine vaganti, come la definisce Seganti, collega in modo stringente il macrocosmo sociale al microcosmo psicologico della sensibilità soggettiva individuale. Questo modello, che attinge a concetti dall'Infant Research (come quelli di Edwuard Tronick e Daniel Stern) e da simulazioni cliniche, esplora la comunicazione sensoriale madre/bambino come matrice degli stati mentali e di una particolare organizzazione psichica.

Critiche e Approfondimenti: L'Antropologia e i Sistemi Non-Lineari
Il testo delinea alcune critiche e spunti di riflessione riguardo all'approccio di Seganti. In ambito antropologico, si evidenzia una potenziale riduttività nei testi citati, suggerendo una tendenza a "iperadattare" le teorie altrui alla propria visione. L'esempio classico è l'adattamento freudiano della psicoanalisi alla visione antropologica degli aborigeni australiani, basato su osservazioni discusse con superficialità. Si auspica un maggiore scambio con gli antropologi per una comprensione più profonda di culture come quella aborigena, che possiede concetti linguistici e visioni dell'universo estremamente complessi e relazionali.
Anche i richiami alle teorie dei sistemi dinamici non-lineari, pur interessanti, vengono considerati a tratti troppo sottintesi. Concetti come la "sommazione" nei primi scritti di Freud o l'"impasto e disimpasto delle pulsioni" nell'"Io e l'Es" anticipano modelli non-lineari come il "mucchio di sabbia" o lo "stretch and fold". Si sottolinea la necessità di esplicitare maggiormente questi collegamenti, ad esempio integrando la componente matematico-scientifica in riferimenti all'archeologia astronomica o alla fillotassi.
Il concetto di "sottofondo", ampiamente utilizzato da Seganti e scambiato con "sottotraccia", richiama il gioco gestaltico figura/sfondo. Questo "sottofondo emozionale" si costruisce attraverso convenzioni, collusioni o accordi inconsapevoli tra genitori e figli, determinando la vita psichica e relazionale degli individui. Altri concetti chiave includono l'adattamento, l'iperadattamento, il microcosmo/macrocosmo e l'evitamento.
La Teatralizzazione di "Mine Vaganti": Tra Maschera e Verità
La trasposizione teatrale di "Mine Vaganti" affronta con successo la sfida di portare sul palco le complesse dinamiche familiari e le tematiche di Özpetek. La regia, pur in uno spazio scenico minimalista e giocando con i veli - un elemento ricorrente nel lavoro del regista che consente di intravedere la realtà sfiorando ciò che è negato - riesce a rendere vive le tensioni e le emozioni dei personaggi.
La famiglia Cantone appare inizialmente come una "scatola bianca dai muri disadorni", riflettendo la rigidità e l'inviolabilità dei loro schemi lavorativi, relazionali, culturali e sociali. Il padre, simbolo dell'organizzazione psichica individuale e della legge che impedisce l'incesto edipico, rappresenta una figura temibile di fronte allo sbocciare della natura e dei desideri. Le sue istanze censorie si traducono spesso in ipocrisia e cecità sentimentale.
Il protagonista Tommaso vede nell'outing un sistema per appropriarsi dell'esistenza che gli spetta. Il suo desiderio è essere cacciato di casa, uscire dal sistema di "gabbie concentriche" - famiglia, pastificio, paese - per trovare finalmente la propria dimensione di vita. Questo richiede agli attori di interpretare contemporaneamente la maschera e l'uomo, la vita per gli altri e la vita per sé stessi, con il conflitto e la lacerazione interiore che ne derivano.

Personaggi e Interpretazioni: Tra Saggezza e Staticità
Carmine Recano, già presente nel film, interpreta Antonio, il fratello di Tommaso. La sua interpretazione approfondisce il personaggio, anche se la sua rivelazione appare forse un po' affrettata. Lo scontro tra i fratelli è emozionante, evidenziando la bravura di entrambi gli attori.
Simona Marchini interpreta la nonna, la "mina vagante". Sebbene brava, la sua interpretazione non entusiasma quanto quella di Ilaria Occhini nel film. La sua staticità e una certa assenza la rendono più spettatrice che interprete, e i suoi discorsi più profondi mancano della spinta necessaria per toccare il cuore dell'ascoltatore. Frasi chiave come "Normalità… che brutta parola!" vengono pronunciate con un'enfasi che si perde. La sua saggezza appare più raccontata che introiettata e trasmessa.
Erasmo Genzini nei panni di Tommaso si confronta con un personaggio che deve dare voce al silenzio attraverso lo sguardo e la mimica. Ci riesce, sebbene con intensità variabile. La forza della storia e la sua bellezza emotiva supportano l'interpretazione.
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La Famiglia come Forziere di Memoria e Specchio dell'Io
Le dinamiche familiari sono descritte come estremamente complesse, non solo un nucleo di persone, ma un "forziere che contiene la mappa della memoria", una "danza antica che cela affetti e contese". La famiglia è un "castello turrito dalle pareti a volte invalicabili" e una "lente di ingrandimento attraverso la quale guardare noi stessi". È un gioco di gerghi e di silenzi, dove il silenzio, spesso assimilato all'oscurità, nasce da un buio interiore che solo una scelta urgente può illuminare.
Ozpetek, attraverso la sua opera, "valica efficacemente l’impervio ostacolo di ciò che alcuni ritengono non conveniente dire". La "mina vagante" scompagina la realtà, accende la luce nel buio, dà parola al silenzio, ironizzando finemente sull'ipocrisia di una certa società.
Amore, Verità e Libertà: Il Messaggio di "Mine Vaganti"
"Mine Vaganti" esplora le molteplici sfaccettature dell'amore: l'omosessualità nascosta, la sensualità emozionante che trascende il sesso, l'amore impossibile che non finisce mai. La morte viene utilizzata per insegnare il coraggio di vivere, trovando espressione pura nella parola.
Tommaso, aspirante scrittore, è destinato a scrivere la storia della sua famiglia, a disvelare le verità nascoste e a dare loro un nome, abbattendo le barriere soffocanti che le hanno rinchiuse nell'ombra. La verità è presentata come libertà e amore. Tuttavia, si riflette sulla natura sfuggente della verità, proponendo il concetto di "sincerità": dire la propria verità, pur potendo essere in errore, è un atto di purezza d'intento che rende liberi e che è espressione d'amore.
Oltre l'Apparenza: La Scelta della Propria Maschera
La famiglia Cantone vive nel bisogno fittizio di apparire, a tal punto da rinunciare all'essere o a farlo nel segreto. Preservare la "maschera" della famiglia significa potervi appartenere, ma solo rinunciando a modificarla. Ogni cambiamento che rischia di intaccare l'immagine deve essere negato e taciuto.
La nonna, la "mina vagante", rappresenta uno spazio di possibilità, colei che mette le cose "in posti dove nessuno voleva farle stare". Il suo ridere è consapevole, un modo per apparire senza rinunciare ad essere. È con il suo amore impossibile, Nicola, che apre il pastificio, trasformandolo nel deposito della propria individualità, del piacere e dell'essenza profonda.
L'esterno, rappresentato da Alba, Nicola e gli amici di Tommaso, gioca un ruolo fondamentale nell'accompagnare questo cambiamento. Questo esterno accoglie, accompagna e permette di scoprirsi, integrando il mondo interiore con la realtà esterna. Con gli amici di Tommaso, il nemico - la paura, il giudizio - è alle porte, pronto a scardinare le ultime resistenze.
La "Mina Vagante" rompe infine quel bisogno fittizio di apparire, trasformandolo in un'opportunità di scegliere la propria maschera, quella che il mondo interno indossa ma che può decidere di modellare. Il messaggio finale è che l'amore, quando è passione, non è distruttivo ma vita nascente, ispirazione, pulsione irrefrenabile. Come afferma Özpetek, nei sentimenti siamo guidati da leggi misteriose; ci innamoriamo perché "succede e basta", è un entrare nel mistero, varcare la soglia e cercare di rimanervi il più a lungo possibile. Da teatro, come dal cinema, si esce sentendosi innamorati: di sé stessi, di un'altra persona, di un lavoro, di un sogno.
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