Lucio Battisti, una figura che trascende le generazioni e le categorie, continua a risuonare potentemente nel panorama musicale italiano, a decenni dalla sua "scomparsa" artistica e dalla sua morte. La sua musica, intrisa di un'universalità capace di parlare a cuori giovani e meno giovani, ha creato un ponte tra epoche e sensibilità diverse, diventando colonna sonora di vite e scelte. Il fascino duraturo di Battisti non risiede solo nelle sue melodie o nei testi, ma anche nel mistero che ha saputo coltivare, rifiutando le lusinghe del sistema mediatico e politico, e lasciando che fosse la sua arte a parlare.
Il Mito Oltre il Tempo: Una Voce che Attraversa le Generazioni
La persistenza di Lucio Battisti come "mito" è un fenomeno che sorprende e affascina. Nonostante siano passati molti anni dalla sua ultima apparizione pubblica nel 1976 e dalla sua morte nel 1998, la sua musica continua a sedurre. Ragazzi e ragazze di oggi, che non hanno vissuto l'epoca d'oro della sua carriera, si strappano il walkman per ascoltare le sue canzoni, definendolo "un mito" e il loro "preferito". Questo fenomeno non è limitato a una fascia d'età specifica; centinaia di serate in tutta Italia, organizzate per commemorare il decennale della sua morte, non erano popolate solo da coetanei dell'autore, ma anche da giovani generazioni. Questo indica che Battisti rappresenta uno dei rari fili di continuità tra le generazioni, un segno tangibile che l'eco del passato non è del tutto svanita. Come i Beatles e Bob Marley, la sua musica possiede una qualità atemporale che la rende sempre attuale.

Il dibattito su quando Battisti sia realmente "morto" artisticamente è aperto. Alcuni sostengono che si sia "smaterializzato" nel 1978, lasciando dietro di sé un'eredità di canzoni indimenticabili. L'ultimo Battisti era descritto come un uomo ingrassato e taciturno, quasi in un "Alzheimer volontario". Per i suoi contemporanei, Lucio non fu solo un cantante, ma un pezzo della loro autobiografia collettiva. La sua musica si intrecciava con le scelte di vita, le passioni e le aspirazioni di un'intera generazione.
La Mitologia Battistiana: Interpretazioni e Allegorie
La forza del mito Battisti risiede nella sua mitologia, nelle interpretazioni che i suoi ascoltatori hanno attribuito alle sue canzoni. Brani come "Il mio canto libero" sono diventati la colonna sonora di scelte professionali e di vita. L'immensità che si apre intorno, le "discese ardite e poi le risalite", evocavano scelte eroiche. La frase "la destra dei fantasmi del passato cadendo lascia il quadro immacolato" veniva letta come un'allegoria della militanza ideale, mentre il "planare sopra boschi di braccia tese" o il "volare intorno alla Tradizione" aprivano la porta a interpretazioni che spaziavano da influenze filosofiche a richiami a pensatori come Evola e Guénon. L'ascolto di "E poi ancora in alto e con grande salto e laggiù il deserto" poteva evocare Zarathustra, e "Mi ritorni in mente" suscitava reminiscenze platoniche nei liceali. Queste associazioni, sebbene talvolta infondate, erano il terreno fertile su cui germogliava il mito.
Battisti divenne per molti più di un semplice cantante; fu il ponte tra trasgressione e tradizione, tra la leggerezza della giovinezza e l'intensità delle passioni adulte. Riconciliò la sua generazione con la modernità senza alienarla dall'amore per l'antico, riconducendola al presente ma accompagnandola nel mito attraverso ritmi, parole e stile. Dimostrò che era possibile essere romantici nell'epoca cinica della tecnica o nell'era ideologica della lotta armata, aiutando a riannodare il rapporto con il proprio tempo e con le coetanee.
Battisti e la Politica: Un Nodo Irrisolto?
Una delle questioni più dibattute riguarda la presunta affiliazione politica di Lucio Battisti. Sebbene la figlia di chi scattò la foto per l'album "Il mio canto libero" abbia dichiarato che suo padre era dichiaratamente di sinistra, Giulio Mogol, che lo conosceva profondamente, ha precisato che Lucio non era né di destra né di sinistra. Una cosa è certa: Battisti non era particolarmente amato dalla sinistra.

Alcuni interpretano il testo di "La luce dell'est" dall'album del 1972 come un riferimento a quanto accadeva al di là della Cortina di Ferro, suggerendo un motivo per cui potrebbe non essere piaciuto ai "trinariciuti". Altri vedono nel verso "in un mondo che non ci vuole più" un messaggio rivolto ai ragazzi che non si piegavano alla sinistra in avanzamento. La frase "planando sopra boschi di braccia tese" in "La collina dei ciliegi" è stata interpretata da alcuni come un riferimento al saluto romano, un'interpretazione che alcuni fan, persino da soli in macchina, mimano istintivamente.
Tuttavia, molti ritengono che la questione politica sia irrilevante, riguardando più i fruitori che l'artista stesso. Da un cantante, si dovrebbe aspettare musica ed emozioni, non lezioni filosofiche o ideologiche. I sentimenti evocati dalle sue canzoni risiedevano nei fondali dell'anima degli ascoltatori, e Battisti fu semplicemente un "ostetrico" di queste emozioni.
L'Innovatore Silenzioso: Rifiuto dei Media e Ricerca Artistica
Lucio Battisti fu un uomo che parlava senza fronzoli, ambiguità o giri di parole. Il suo rifiuto del "sistema" musicale italiano, con le sue "pastette", gli "intrallazzi discografici" e la pubblicità costruita ad arte, era manifesto. Le poche manifestazioni a cui prese parte furono sufficienti per fargli comprendere la natura di "fossa dei serpenti" del mondo dello spettacolo. Chiunque affermi che non sia chiaro perché Battisti abbia smesso di apparire in pubblico, se non attraverso la sua musica, è definito un "tonto, un insensibile, o un irrecuperabile ottuso".
Battisti parlava senza fronzoli, specie contro i giornalisti che, a suo dire, scrivevano ciò che volevano per vendere copie, cercando lo scandalo ovunque. È stato descritto come un esempio di persona anarchica nel senso più positivo del termine. Il suo contributo è stato quello di innalzare la canzone italiana, liberandola dal "piagnisteo e melodramma" di artisti come Villa e Modugno, creando un modello autoctono e moderno che non fosse una mera imitazione di quello anglosassone.
Lucio Battisti e Mogol - Per Voi Giovani (Intervista Completa di Paolo Giaccio) - 18 Dicembre 1971
Il suo rifiuto dei media era dovuto anche al maltrattamento ricevuto. La televisione, in particolare, lo criticava per il "messaggio" delle sue canzoni, che non magnificavano l'amore coniugale ma il sesso esplicito e istintivo. Il suo plateale assenso al divorzio e la sua convivenza con la madre di suo figlio senza essere sposato erano altri motivi di attrito. La verità, secondo alcuni, è che non potevano sopportare il suo "irrimediabile diniego a leccare il culo al potere".
I suoi dischi venivano pubblicati senza battage pubblicitario, eppure rimanevano in classifica per settimane, vendendo milioni di copie. Nonostante ciò, la stampa lo descriveva come "un antipatico, tirchio, superbo, presuntuoso", o un "tipo aggressivo, e complessato, una voce monotona, fastidiosa; è privo di originalità, sgraziato, ovvio, e mediocre". Questi giudizi, provenienti dai giornali più venduti dell'epoca, erano probabilmente alimentati dall'invidia e da diktat politici.
Battisti viaggiava per mesi negli Stati Uniti, in Sudamerica, a Londra, per studiare, sentire e vivere la musica, per poi reinterpretarla nei suoi dischi, convinto che "guai a fossilizzarsi, bisogna uscire dai soliti e limitati schemi". Da questi viaggi e da questa apertura mentale nacquero album come "Anima Latina" e "La batteria, il contrabbasso, eccetera…", caratterizzati da sonorità sperimentali e testi audaci che infrangevano tabù.
Le Accuse Infamanti e i Tentativi di Denigrazione
Nonostante la sua grandezza artistica, Battisti fu oggetto di accuse infamanti e tentativi di denigrazione. Una di queste, che persiste ancora oggi, è quella del "Battisti fascista". Questo insulto, forse nato per vendicarsi di un rifiuto a un esponente del PCI che lo voleva sul palco della Festa dell'Unità, si basa sull'interpretazione forzata del verso "boschi di braccia tese" in "La collina dei ciliegi" come un riferimento al saluto romano. Un'accusa "cretina e infamante" per un uomo che non si è mai venduto e ha lottato per la sua libertà.
Altre voci maligne insinuavano sottintesi gay riguardo al suo legame con Mogol. Articoli su "Tv Sorrisi e Canzoni" del 1971 ipotizzavano che i due si plagiasse, definendoli "fidanzatini di primo pelo", e il loro famoso viaggio a cavallo da Milano a Roma era etichettato come "il loro viaggio di nozze". A ciò si aggiunsero i tentativi di rapimento del figlio e le critiche che lo tacciavano di qualunquismo, nonostante album come "Il mio canto libero" e "Il nostro caro angelo" fossero ricchi di temi politici seri e complessi come l'ambiente, la presa di coscienza identitaria, la violenza in ogni sua forma, inclusa quella mentale indotta dalla pubblicità.
L'Eredità Musicale e il Mistero della Vedova
Venticinque anni dopo la sua scomparsa, le canzoni di Lucio Battisti continuano ad essere ascoltate, citate e sentite come "nostre", come poche altre nella musica italiana. La sua influenza è stata enorme, plasmando lo sviluppo della canzone d'autore e della popular music italiana tra gli anni Sessanta e Settanta. Le generazioni più giovani hanno non solo imparato a memoria le sue canzoni, ma hanno introiettato e fatto proprie anche quelle degli album degli anni Ottanta e Novanta, scritte con Pasquale Panella e con la moglie, Grazia Letizia Veronesi.

Innovativo, curioso, mai ripetitivo, sempre aggiornato sulle tendenze musicali, tecnologiche e filosofiche, Battisti è stato un melodista meraviglioso, capace di creare hook e ritornelli memorizzabili ma mai banali. Nonostante la differenza con le narrazioni di Mogol, i testi di Panella, pur più astrusi e densi di giochi di parole, hanno rappresentato una svolta radicale. Tuttavia, la critica ha accolto freddamente questi album, e il successo di pubblico è gradualmente diminuito.
La vedova di Battisti, Grazia Letizia Veronese, ha adottato una politica di protezione nei confronti della sua musica, bloccando manifestazioni e pubblicazioni di album e video. Questa scelta, sebbene comprensibile nel desiderio di preservare l'integrità dell'artista, è vista da molti come un peccato, impedendo alle nuove generazioni di accedere pienamente all'eredità artistica di un grande cantautore. Come affermato dalla figlia di Giorgio Gaber, Dalia Gaberscik, "Quando l’eredità artistica di un grande cantautore non è resa disponibile per le nuove generazioni è sempre un grande peccato".
Il Legame Indissolubile con Mogol: Un Sodalizio Rivoluzionario
Il sodalizio artistico tra Lucio Battisti e Giulio Rapetti, in arte Mogol, è stato fondamentale per la rivoluzione della musica italiana. Mogol stesso ha ammesso che all'inizio non aveva intuito il genio di Battisti, definendo le sue prime canzoni "non un granché". Tuttavia, vedendo il talento del giovane artista, gli propose di collaborare, dando vita a successi come "Dolce di giorno" e "Per una lira".

Mogol descrive Battisti come un artista moderno, un "matematico" che studiava sette ore al giorno le canzoni dei più grandi artisti mondiali. Mogol era la "parte letteraria", il "poeta", e le parole venivano scritte sempre dopo la musica, perché ogni frase musicale aveva già un suo senso intrinseco. Il loro metodo di lavoro era intenso: si incontravano ogni mattina nella villa di campagna di Mogol a Molteno, lavorando per un'ora e producendo una canzone al giorno.
Riguardo a "Il mio canto libero", Mogol ha spiegato che il testo raccontava di un suo nuovo amore dopo il divorzio, e il verso "in un mondo che non ci vuole più" rifletteva la non comunià di quella situazione all'epoca. Sulla questione politica, Mogol ha sempre sostenuto di non aver mai sentito Lucio parlare di politica e che non scrivevano canzoni per il comunismo. Ha inoltre chiarito che le "braccia tese" nella copertina di "Il mio canto libero" e in "La collina dei ciliegi" non erano simboli politici, ma braccia con i palmi aperti, come in un'invocazione.
Mogol ha anche sottolineato come Battisti fosse una risposta al clima politico e sociale dell'epoca. In un periodo in cui si rischiava grosso per le proprie idee, e artisti come De Gregori venivano processati pubblicamente per guadagnare facendo il cantante, Mogol consigliò a Lucio di non fare più concerti per evitare insulti e strumentalizzazioni.
La Lettera a Baraghini: La Verità di un Uomo Libero
Una lettera datata 25 febbraio 1992, scritta da Lucio Battisti a Marcello Baraghini, fondatore di Stampa Alternativa, sgombra il campo da ogni equivoco sulla sua collocazione politica. La lettera, oltre a rivelare una sorprendente familiarità tra i due, dipinge un quadro di Battisti come un uomo attento alla realtà politica e culturale del paese, anti-sistema e anti-partitico, ma profondamente coinvolto nel dibattito.
Nella lettera, Battisti utilizza un geniale uso dell'arte del paradosso per spiegare a Baraghini perché votare per lui "non serve assolutamente a niente". Descrive gli equilibri politici come "sclerotici", il dibattito interpartitico come "ammuffito", e sottolinea l'inutilità di influenzare "interessi lobbistici o mafiosi" o "schieramenti mummificati". Con ironia, afferma che votare per Baraghini significherebbe solo "disperdere il voto".
Il tono cambia quando Battisti diventa serio, parlando delle conseguenze nefaste che la raccolta di adesioni sufficienti per spedire Baraghini in parlamento potrebbe avere. Conclude con un appello a Baraghini di lasciarlo in pace, affermando: "Lascia perdere, Marcello, siamo rimasti veramente in troppo pochi a voler vivere veramente simili libertà. Lasciami in pace al calduccio dei miei quarant’anni suonati, un po’ schifato e un po’ annoiato. Piantala di rompere le scatole alle nuove generazioni: non capirebbero!". Un post-scriptum aggiunge: "Maledetto rompicoglioni avevo deciso di non andare a votare! Sono stato costretto a ragionare per scriverti questa lettera (e ragionare, di questi tempi, è pericoloso)". Questa lettera rivela un uomo libero, critico nei confronti del sistema politico, ma tutt'altro che di destra.
Il Mito Vivente: Battisti Oltre le Etichette
Lucio Battisti non è mai stato un uomo di sinistra, né di destra. È sempre stato considerato un uomo libero, fuori dagli schemi dei "cantautori impegnati", amato senza secondi fini soprattutto dai non allineati e dai ragazzi che non si riconoscevano nelle etichette politiche. La sua musica, libera da condizionamenti, ha toccato le corde più profonde dell'animo umano, parlando di amore, di sentimenti, di ricerca interiore, di contrasti della vita, con una purezza e un'intensità che hanno lasciato un segno indelebile.
L'accostamento del suo nome alla destra, o a qualsiasi schieramento politico, appare oggi surreale, quasi un tentativo di appropriazione indebita da parte di chi non ha compreso la sua essenza. Battisti è stato un cantore dell'amore eterno e della tradizione, un artista che ha saputo parlare a tutti, indipendentemente dalle ideologie. La sua eredità risiede nella sua musica, un tesoro inestimabile che continua a emozionare e a ispirare, dimostrando che il vero genio trascende ogni confine e ogni etichetta.

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