L'Archetipo della Principessa da Liberare: Significato, Evoluzione e il Lato Femminile nell'Uomo

L'archetipo della "principessa da liberare" è uno dei miti più radicati nell'immaginario collettivo, un simbolo potente che attraversa culture e epoche, riflettendo profonde dinamiche psicologiche e sociali. Questo articolo si propone di esplorare il significato di questo archetipo, la sua evoluzione nel tempo e, in particolare, la sua connessione con il lato femminile che risiede nell'uomo, un aspetto spesso trascurato ma di cruciale importanza per la crescita individuale.

La Nascita dell'Eroe e la Separazione dall'Indifferenziazione Uroborica

Il viaggio verso l'età adulta, per ogni individuo, è intrinsecamente legato a un processo di separazione. Il giovane deve liberarsi dalle immagini parentali che dominano il mondo infantile. Questa progressiva individualizzazione, questo allontanarsi dallo stato psicologicamente indifferenziato dell'infanzia, richiede all'individuo di assumere su di sé il mito simbolico del combattimento col Drago, di diventare lui stesso l'Eroe.

Il simbolo dell'Uroboro, il serpente che si morde la coda, descrive perfettamente lo stato iniziale della coscienza. Questa immagine esprime uno stato di totale indifferenziazione, in cui ogni cosa sfocia in qualsiasi altra, poiché tutto è in relazione e dipende da tutto, e il tempo scorre eterno e circolare. In questa condizione, l'Io embrionale vive nella pienezza, nell'onnipotenza, nell'assenza della morte, in una condizione beata, quasi paradisiaca. Questo stato conserverà in seguito per l'Io il valore di una beatitudine originaria, dato che, in assenza di un Io capace di un'esperienza propria, non vi è vera sofferenza.

Successivamente, l'Io, lentamente, si differenzia dall'Inconscio uroborico, diventando via via più conscio, assumendo cioè il ruolo di consapevole centro di riferimento del soggetto. È chiaro, a questo punto, come questa separazione dalla condizione psicologica infantile sia un evento di immensa importanza e proporzioni, un evento che può essere sia fortemente esaltante che altamente drammatico. Come suggerito da Nietzsche, "Si può presumere che uno spirito, nel quale il tipo dello «spirito libero» sia destinato a maturare fino all'ultima dolcezza e perfezione, abbia avuto il suo evento decisivo in una grande separazione, e che egli sia stato prima uno spirito tanto più legato e sia apparso tanto più incatenato per sempre alla sua colonna nel suo angolo".

Simbolo dell'Uroboro

Ci si può interrogare su cosa leghi più saldamente, quali lacci siano quasi impossibili da spezzare. Per gli uomini di specie alta ed eletta, questi lacci saranno i doveri: quel rispetto che è proprio della gioventù, quella soggezione e delicatezza di fronte a tutto ciò che è degno e venerato dall'antichità, quella riconoscenza per il suolo sul quale crebbero, per la mano che li guidò, per il santuario dove impararono a pregare. I loro stessi momenti più elevati li legheranno nel modo più saldo, li obbligheranno nel modo più durevole. La voce imperiosa della seduzione parla così: «Piuttosto morire che vivere qui», e questo "qui", questo "a casa", è tutto ciò che fino ad allora la giovane anima aveva amato. Un subitaneo orrore e sospetto verso ciò che si amava, un lampo di disprezzo verso ciò che per essa significava "dovere", una smania ribelle, capricciosa, vulcanicamente impetuosa, di peregrinare, espatriare, estraniarsi, raffreddarsi, disincantarsi, gelarsi, un odio per l'amore, forse uno sguardo e un gesto sacrileghi all'indietro, là dove si era finora pregato e amato, forse un rossore di vergogna per ciò che si è appena fatto, e nello stesso tempo un'esultanza per averlo fatto, un ebbro, profondo, esultante brivido, in cui si rivela una vittoria - una vittoria? su che? su chi? Una vittoria enigmatica, piena di interrogativi, problematica, ma comunque la prima vittoria. Simili cose tristi e dolorose appartengono alla storia della grande separazione. Una delle esperienze fondamentali per la crescita è proprio quella di sentire, prima o poi, l'elemento materno, col quale originariamente si era in simbiosi, come un Tu, un non-Io, un diverso ed estraneo.

Il Mito dell'Eroe e la Liberazione del Femminile

Il mitologema dell'Eroe è uno dei più comuni e meglio conosciuti. Essi possiedono una struttura universale, sviluppatasi in gruppi o individui estranei a ogni possibile contatto reciproco, come le tribù africane, quelle degli Indiani del Nordamerica, i Greci o gli Incas del Perù. Il tracciato convenzionale dell'avventura dell'Eroe ricorda la formula dei riti di passaggio: separazione - iniziazione - ritorno.

Illustrazione di un eroe che combatte un drago

"La natura e l'universo simbolico del femminile appaiono come la terra oscura, che si deve negare, combattere, limitare", ma questo non è sempre il caso. Se questa materia prima può essere assimilata dalla coscienza, produrrà una riattivazione e un nuovo assetto dei suoi contenuti. La paura primordiale del maschile di fronte al femminile compare quando il maschile vuole abbandonare la sua dipendenza dalla madre. Ecco quindi che l'uccisione del Drago guardiano della prigioniera e la liberazione di questa significano la liberazione del femminile positivo e la sua separazione dall'immagine terrificante della Grande Madre. Nella prigioniera, il femminile non appare come una travolgente potenza dell'Inconscio; è invece un elemento umano, una partner con cui congiungersi in un rapporto personale.

Tuttavia, se la prigioniera è sempre personale, cioè una possibile partner per l'Eroe, gli ostacoli che vanno superati sono potenze sovrapersonali che trattengono oggettivamente la prigioniera o impediscono soggettivamente all'Eroe di entrare in rapporto col femminile. La vittoria dell'Eroe è strettamente collegata ad aiuti magici e inaspettati e all'alleanza con il padre spirituale. Una delle caratteristiche dell'Eroe mitologico è quella di avere una doppia nascita o comunque una doppia parentela, una delle quali di natura divina.

Nel mito, la figura femminile può anche essere amica e alleata dell'Eroe e aiutarlo attivamente a sconfiggere il Drago. Qui la donna si contrappone al Drago, all'archetipo materno divorante, presenta il suo lato sororale, soccorrevole e spirituale, può stare accanto all'Eroe come amata, come aiuto, come guida, che lo conduce alla vittoria. L'avventura dell'Eroe è così la matrice dello sviluppo del rapporto tra il "mondo di sotto", via via meno oscuro, ignoto e minaccioso, e il "mondo di sopra", via via meno sterile, appiattito e chiuso in sé stesso, tra Inconscio e Conscio. L'Inconscio, lungi dall'essere il mero ripostiglio dei desideri repressi dell'uomo, costituisce un mondo vero e proprio, vitale e reale nella nostra vita, e ben ricco ed esteso.

La figura dell'EROE in letteratura e nel cinema: tipologie ed esempi

L'Archetipo di Kore/Persefone: Tra Fanciullezza e Regina dell'Oltretomba

Nel sesto articolo dedicato agli archetipi del femminile, si esplora l'archetipo Kore/Persefone, figlia di Demetra, Dea delle Messi, e Zeus. Persefone viene chiamata anche Kore, "fanciulla", per la sua giovinezza. Narra il mito che, mentre era in un prato intenta a cogliere dei fiori, viene rapita da Ade e portata nell'Oltretomba per diventarne la regina al suo fianco. Questa dea è presente in numerosi miti, come nel contendersi Adone con Afrodite, o come madre di Dioniso. I termini a lei riferiti sono "la fanciulla", "regina degli Inferi", "traghettatrice delle anime" e "portatrice di incubi e follia".

Questo archetipo comprende sia Kore, la fanciulla, sovraesposta alle influenze degli altri e del mondo e pertanto estremamente volubile, sia Persefone, guida per le anime, regina del mondo sotterraneo, vale a dire dell'inconscio.

Nell'infanzia, si manifestano le caratteristiche di Kore o di Persefone. Basta poco per placare le grida e il pianto di Kore: con un po' di coccole e attenzioni si torna tranquillamente ai propri giochi. Si è estremamente ricettivi e si mostra subito una risposta emotiva agli eventi esterni. Se la madre offre tempo e guida amorevole, può aiutare a diventare più concrete, volitive e chiare nelle proprie azioni, fiduciose in sé stesse. Spesso la figura paterna non è rilevante nell'infanzia, o per eccessiva presenza della madre o perché l'uomo non ha sviluppato un senso paterno.

In adolescenza, si tende a mantenersi ancora piuttosto fanciulle, mentre le proprie amiche si interessano ai ragazzi e ai divertimenti. Se la presenza dei genitori è troppo forte, tipicamente di una madre Demetra, non si riesce a sviluppare un'identità autonoma e ci si mantiene ancorati alle relazioni con loro. Si possono cambiare facoltà universitarie diverse volte, rimanendo l'eterna studentessa, e, una volta inseriti nel mondo del lavoro, si può peregrinare tra diversi impieghi nella speranza di trovarne uno che "catturi" in modo più stabile. Si riesce bene nei lavori in cui non sono richieste capacità manageriali e di grande organizzazione; ideale è la situazione in cui si abbia un capo che dà chiare direttive e che si tende a compiacere.

Per quanto riguarda i rapporti con le altre donne, si sviluppano sorellanze tipicamente con donne giovani come sé stesse. Può anche esserci un rapporto diverso, tra sé e un'Artemide, più forte e trainante, che funge da guida. Nel rapporto con gli uomini si è sfuggenti, mutevoli, sbarazzine, "fanciulle" e accondiscendenti. Se domina Persefone, però, si riesce ad ottenere indirettamente ciò che si vuole dall'uomo agendo una volontà nascosta dietro l'apparente accondiscendenza.

Si osserva di frequente che il matrimonio rappresenta l'opportunità per sganciarsi dalla relazione di dipendenza e invischiamento con uno o entrambi i genitori, di solito da una madre Demetra. La sessualità può essere persino assente; ci si sente una bambina travestita da donna e si possono avere difficoltà a lasciarsi andare al piacere sessuale, ci si può sentire invasi o "violentati" dal partner per la sua passione. Se emerge l'archetipo Afrodite, tuttavia, si può sviluppare questo fronte e sentirsi appagate, guadagnando una migliore autostima e un senso di completezza come donna. Il matrimonio, come tanti altri eventi nella vita, è qualcosa che accade e che non si sceglie, piuttosto si viene portate all'altare dal partner.

Nel rapporto con i figli si può non sentire il famoso istinto materno della donna Demetra; si è bravissime nel solleticare la fantasia, l'immaginazione e il gioco dei figli fintanto che sono piccoli, ma si possono poi incontrare difficoltà durante la loro crescita. Se si ha una figlia femmina, invece, più forte e volitiva, si può quasi soccombere e sentirsi guidate da questa, creando un rapporto con ruoli invertiti. Tra tutti gli archetipi, Kore/Persefone è quello più mutevole e meno definito. Si possiede perciò un enorme potenziale di crescita, tante sono le derivazioni che si possono prendere; non possedendo un proprio orientamento, si può evolvere moltissimo. Tuttavia, si è a forte rischio di smarrimento nel caso in cui non si trovi, internamente o esternamente, una guida a cui affidarsi per tracciare la propria rotta esistenziale.

Nella mente e nella vita di chi è dominato da questo archetipo, nulla è in ordine; ogni cosa è soggetta a ondate emotive, impressioni estemporanee, talvolta capricci e infatuazioni passeggere. L'aggettivo "lunatico" descrive bene questa condizione. Se si è in disequilibrio, si cade vittima della propria stessa fantasia, facendo confusione tra sogno e realtà, bene e male. Ci si può interessare all'esoterismo, al mondo dell'occulto, usare droghe che danno uno squilibrio ancora più marcato che in donne dominate da archetipi più forti e stabili. Accogliendo e coltivando i doni di altri archetipi quali Artemide, Atena, Demetra ed Afrodite, si trasforma il vittimismo e la sfiducia in sé in adattamento e volontà.

La Donna Guerriera e l'Infrangersi degli Stereotipi

La giovane donna guerriera è un'immagine archetipica raffigurante un personaggio femminile, spesso di sangue reale, con un carattere forte e coraggioso; qualità che, secondo la concezione comune, appartengono tipicamente al genere maschile, il che pone la donna guerriera allo stesso livello degli uomini più valorosi. Secondo la tradizione letteraria medievale, la fanciulla o "vergine guerriera" appartiene a una famiglia reale, o quantomeno dell'alta nobiltà, e assume provvisoriamente una funzione maschile di comando. Requisito indispensabile perché possa essere accettata in questo ruolo è il rispetto della sua condizione di verginità: perdendo l'innocenza sessuale, verrebbe privata del carisma necessario al comando, diventando di colpo una donna come tutte le altre.

Mulan in armatura

Vi sono varie ipotesi riguardo alla formazione e allo sviluppo di una tale figura, con diverse teorie circa la sua origine e l'importanza che questo concetto poteva avere. In certi casi, possono giungere al punto di morire sul campo di battaglia; secondo questa versione, l'immagine della fanciulla guerriera si trasforma nel ricordo, in un esempio che accompagna i soldati in guerra. Nella letteratura mondiale, ma soprattutto europea, vi è una chiara linea di successione tra le donne guerriere: gli antichi miti greci riguardanti le Amazzoni penetrano nel mondo medievale per giungere fino al romanticismo e risorgere in nuove forme più moderne nel XX secolo. Vi è un ramo separato del mito, ma degno di nota in quanto costituito da una certa originalità: le saghe riguardanti fanciulle guerriere sono una caratteristica distintiva della letteratura islandese; se in altre tradizioni letterarie si verifica sporadicamente l'apparizione di immagini femminili dominanti, nell'antica letteratura d'Islanda vi è un particolare tipo di genere di saghe cavalleresche. Storie basate su sovrane autocratiche che rifiutano in toto l'idea del matrimonio e quindi della sottomissione a un uomo, in quanto ciò minaccerebbe la solidità del regno, indebolirebbe il loro potere provocando una perdita di status sociale.

Lo stereotipo contemporaneo raffigura una donna eccezionale e indipendente, che si sforza di raggiungere da sola i propri obiettivi, posizionandosi così all'antitesi dei ruoli tipici creati all'interno del tradizionale modello patriarcale sociale. A differenza di altre immagini di donne forti, come la femme fatale o il maschiaccio, quello della vergine guerriera continua a sussistere nelle opere creative maschili, senza perdere nulla della propria essenziale femminilità. Esempi includono la regina ionica di Caria Artemisia I, le Amazzoni, Arpalice, Tomoe Gozen, Camilla nell'Eneide, Yde, Éowyn de "Il Signore degli Anelli", Jirel di Joiry, Agnes de Chastillon, Brienne di Tarth e Daenerys Targaryen.

L'Evoluzione delle Principesse nell'Immaginario Moderno

In passato, un personaggio femminile di una fiaba rappresentava realmente la donna, la sua situazione e la sua psicologia? Che una figura femminile sia la protagonista di un racconto non significa certamente che la fiaba parli dei problemi delle donne, perché molte storie che descrivono le avventure o le sofferenze di una donna sono state raccontate dagli uomini e sono proiezioni della loro immaginazione, esprimono le loro aspirazioni e le loro difficoltà a vivere il proprio lato femminile e a entrare in rapporto con le donne.

Nella nostra civiltà ebraico-cristiana, in una tradizione rigidamente patriarcale, l'immagine della donna non trova rappresentanza; è come dire che è trascurata l'Anima dell'uomo e la donna reale è incerta sulla propria essenza, su ciò che è o che potrebbe essere. La psicanalista junghiana Bolen, ne "Le dee dentro la donna", individua sette diversi modi di vivere il femminile, corrispondenti a divinità della mitologia greca: ogni dea rappresenta una tipologia diversa di donna, con certi suoi sentimenti, bisogni, funzioni psicologiche, comportamenti e atteggiamenti differenti, limiti e aspetti da integrare.

Nel mito greco, la dea Artemide è il simbolo dello spirito indomito femminile: rappresenta l'archetipo di una femminilità pura e primitiva, che non è definita dal rapporto con un amante (Afrodite), né da quello con un figlio (Demetra o Maria), o con un padre (Atena), o con un marito (Era). Artemide rappresenta lo spirito femminile indipendente: ha un suo senso di integrità e di completezza che le permette di funzionare da sola, fiduciosa di sé tanto da non avere bisogno dell'approvazione maschile e da poter perseguire per conto proprio interessi che la appassionano.

Nel cinema e nei romanzi sono diventate popolari alcune protagoniste che fanno affiorare dall'inconscio collettivo alla coscienza individuale i modelli archetipici di questi miti. La prima "anti-principessa" che infrange clamorosamente il modello di fanciulla-soprammobile che sta lì ad attendere di essere salvata dall'eroe di turno è Leia Organa della saga di Star Wars: bella di una bellezza non convenzionale, intelligente, coraggiosa, altruista, indipendente, ribelle, ironica, ma al tempo stesso anche fragile, dubbiosa ed insicura. Bisognosa d'aiuto e capace di chiederlo, ma anche pronta a combattere in prima persona. In altre parole, umana.

Merida con il suo arco

Anche le principesse Disney hanno avuto la loro evoluzione: Ariel, Belle, Jasmine sono le prime ad allontanarsi dagli stereotipi tradizionali, sono intelligenti, vivaci, curiose, anche se ancora non riescono a decidere del proprio destino. Mulan rappresenta l'eroina che non agisce solo per sé stessa e per la sua felicità, ma per il bene comune del suo popolo e per demolire uno stereotipo. Merida rompe definitivamente il cliché della classica principessa, già a partire dall'aspetto fisico: i suoi capelli ricci, rossi e folti sono l'emblema della sua voglia intrinseca di ribellione.

La conoscenza di questi aspetti del potere femminile e della specificità femminile, negati e rimossi da una cultura patriarcale, devono essere recuperati alla coscienza per comporre una nuova integrazione della personalità. Rendere le donne più consapevoli della loro complessità e dei molteplici aspetti che le caratterizzano, può tramutarsi in un'occasione di scegliere, di diventare responsabili di sé stesse, per diventare più autosufficienti e più realizzate.

Il Principe Azzurro e la Principessa nella Torre: Un Modello Inconscio

L'archetipo del principe azzurro e della principessa sulla torre è un modello profondo nel nostro inconscio collettivo, secondo Jung. Spieghiamo come questo archetipo influenza le nostre vite quando affrontiamo situazioni negative come depressione, conflitti familiari o problemi lavorativi. Attraverso il mito, vediamo che quando affrontiamo queste sfide terrificanti, riusciamo a vincere e a liberarci, proprio come il principe che sconfigge il drago e salva la principessa.

Il drago, in questo contesto, rappresenta le nostre paure più grandi: sfidare un capo, un genitore o una difficoltà economica. Il "principe" dentro di noi deve risvegliarsi per combattere queste paure. L'uso delle fiabe nel processo terapeutico, come suggerito dal titolo "Bentornate Principesse", è un viaggio verso casa, un ritorno al proprio posto, un luogo che è sempre stato il proprio. Dentro di noi, portiamo frammenti di donne della nostra famiglia alle quali non è stato riconosciuto nessun valore e nessuna possibilità, donne che non sono mai state viste e riconosciute. Il conscio conosce solo in parte il significato simbolico delle fiabe, ma quando le usiamo, non si sente aggredito e lascia passare il contenuto che, a livello inconscio, trasforma ciò che deve essere trasformato.

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