L'universo della salute mentale è complesso e sfaccettato, e spesso la risposta più efficace ai disturbi psichici risiede nell'integrazione di diverse modalità terapeutiche. Tra queste, l'interazione tra psicoterapia e farmacoterapia rappresenta un campo di indagine e pratica clinica di fondamentale importanza. Sebbene la psicoterapia si concentri sull'esplorazione profonda di pensieri, emozioni e comportamenti attraverso il dialogo e la relazione terapeutica, i farmaci psicotropi possono offrire un supporto essenziale nel gestire la sintomatologia, facilitando così il percorso psicoterapeutico stesso.
Comprendere gli Psicofarmaci: Una Panoramica Generale
Prima di addentrarci nelle specificità della loro interazione con la psicoterapia, è cruciale avere una chiara comprensione di cosa siano gli psicofarmaci e come agiscano. Con il termine generico di psicofarmaci vengono intesi tutti quei principi attivi che agiscono a livello del Sistema Nervoso Centrale (SNC), che aumentano o diminuiscono il rilascio di particolari neurotrasmettitori. L'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha pubblicato sul suo sito (Maggio 2018) uno studio sul consumo degli psicofarmaci (antidepressivi, antipsicotici e ansiolitici) nel triennio 2015 - 2016 - 2017, da cui emerge che il trend d'impiego è pressoché stabile. In particolare, tra il 2015 e il 2017, per quanto riguarda gli antidepressivi, i consumi si attestano su una media di 40 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti (vuol dire che ogni giorno 1000 abitanti consumano in media 40 dosi di antidepressivi). Per gli antipsicotici si parla di 9 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti mentre per gli ansiolitici si registra un lieve aumento nel 2017 con una media di 50 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti (AIFA, 2018).
Le principali categorie di psicofarmaci sono quattro:
Ansiolitici: Questi farmaci trovano impiego nel trattamento dei disturbi d'ansia di vario genere. Poiché si ritiene che i disturbi ansiosi siano legati a neurotrasmettitori quali l'acido γ-amminobutirrico (GABA), la serotonina e la noradrenalina, i farmaci ansiolitici vanno ad agire a livello dei sopracitati neurotrasmettitori. Gli ansiolitici a loro volta si dividono in:
- BENZODIAZEPINE: Sono farmaci ampiamente utilizzati per il trattamento dell'ansia ed esplicano la loro attività attraverso il potenziamento del segnale del GABA. Quest'ultimo è il neurotrasmettitore inibitorio più importante del SNC per cui l'aumento della trasmissione GABAergica, indotta dalle benzodiasepine, risulta molto efficace per contrastare i disturbi ansiosi. Fra le varie benzodiazepine più utilizzate ricordiamo il Diazepam (Valium®), l'Alprazolam (Xanax®) e il Lorazepam (Tavor®). Queste benzodiazepine possono provocare sedazione e, in alcuni casi, disturbi del movimento.
- AGONISTI PARZIALI DEI RECETTORI PER LA SEROTONINA: Effettuano la loro azione svolgendo un'azione agonistica (si legano prima) parziale nei confronti dei recettori per la serotonina 5-HT1A. A differenza delle benzodiazepine non provocano sedazione o possibili disturbi del movimento. Di contro possono dare effetti collaterali come nausea, mal di testa, vertigini. Fra i principi attivi più importanti troviamo il Buspirone (Axoren® o Buspar®) e l'Ipsapirone.
- BETA-BLOCCANTI: Non vengono utilizzati per il trattamento dell'ansia in sé, quanto per diminuirne i sintomi come tachicardia, tremori e palpitazioni. Fra i principi attivi più conosciuti troviamo il propranololo (Inderal®). Sono più utilizzati per altri disturbi non legati all'ansia come profilassi post infartuale, controllo dell'ipertensione arteriosa, controllo delle aritmie cardiache e profilassi dell'emicrania.
- ANTIEPILETTICI: In particolare il Pregabalin (Lyrica®) è utilizzato, oltre che come antiepilettico e per il trattamento del dolore neuropatico centrale o periferico, per trattare il disturbo da ansia generalizzato. La sua struttura chimica somiglia molto al GABA, perciò svolge la sua azione legandosi ai canali del calcio voltaggio dipendenti.
Sedativi Ipnotici: Sono una particolare classe di psicofarmaci impiegata nel trattamento dell'insonnia. Per questo motivi vengono chiamati "farmaci per dormire" o sonniferi. Generalmente, gli effetti terapeutici dei sedativi ipnotici sono dose-dipendenti, cioè dipendono dalla quantità di farmaco somministrato: a basse dosi, i sedativi ipnotici inducono sedazione; a dosi maggiori, provocano ipnosi (cioè sonno). Si dividono in:
- BENZODIAZEPINE: In questo caso vengono scelti principi attivi a maggior effetto ipnoinducente come il Lorazepam (Tavor®), il Flurazepam (Flunox® o Dalmadorm®), il Triazolam (Halcion® o Songar®), il Lormetazepam (Minias®), il Clonazepam (Rivotril®), che viene utilizzato per il trattamento dell'epilessia ma off-label per il trattamento dell'ansia, e il Bromazepam (Lexotan®).
- Z DRUGS: Come lo Zolpidem (Stilnox®), lo Zopiclone (Imovane®) e lo Zaleplon (Sonata®).
- BARBITURICI: Sono stati i primi sedativi ipnotici ad essere impiegati ma, per il loro ristretto indice terapeutico e per la loro tossicità, si preferiscono le benzodiazepine. Oggi trovano maggior impiego come antiepilettici o anestetici. In qualsiasi caso, tutti gli psicofarmaci sopra citati sono in grado di esercitare la loro attività sedativo-ipnotica attraverso il potenziamento del segnale dell'acido γ-amminobutirrico, quindi attraverso l'incremento della trasmissione GABAergica.
Antidepressivi: Sono psicofarmaci largamente impiegati nel trattamento dei disturbi dell'umore, quali la depressione e il disturbo bipolare, ma non solo. Infatti, questi principi attivi vengono utilizzati anche nel trattamento di altri disturbi e patologie, come il dolore neuropatico, i disturbi ossessivo-compulsivi e i disturbi d'ansia. Gli psicofarmaci ad azione antidepressiva esplicano la loro attività sostanzialmente attraverso la modulazione della neurotrasmissione serotoninergica, noradrenergica e dopaminergica. Più precisamente, gli antidepressivi aumentano il segnale di questi neurotrasmettitori. Gli antidepressivi possono essere classificati in funzione della struttura chimica e del loro meccanismo d'azione:
- ANTIDEPRESSIVI TRICICLICI (TCA): Sono i primi ad essere stati scoperti ma oggi vengono poco usati a causa dei molti effetti collaterali. Infatti, i TCA, oltre ad aumentare la trasmissione noradrenergica e serotoninergica, agiscono anche a livello di altri siti recettoriali, provocando così effetti indesiderati di vario genere, alcuni dei quali anche gravi. Principi attivi di questa categoria sono la Clomipramina (Anafranil®) e l'Amitriptilina (Laroxil®).
- INIBITORI SELETTIVI DELLA RICAPTAZIONE DELLA SEROTONINA (SSRI): Questi psicofarmaci potenziano in maniera selettiva il segnale del neurotrasmettitore serotonina. A questo gruppo appartengono principi attivi come la Fluoxetina (Prozac®), la Sertralina (Zoloft®), la Paroxetina (Sereupin® o Seroxat®), l'Escitalopram (Cipralex®) e la Fluvoxamina (Fevarin®). Inoltre, alcuni di questi principi attivi si sono mostrati particolarmente utili anche nel trattamento di alcune forme d'ansia, del disturbo ossessivo compulsivo e della bulimia nervosa (per quest'ultima in particolare la Fluoxetina).
- INIBITORI DELLA RICAPTAZIONE DELLA SEROTONINA E NORADRENALINA (SNRI): Hanno un meccanismo di azione multiplo come i triciclici, inibiscono in modo bilanciato la ricaptazione dei recettori della serotonina e noradrenalina. I principi attivi più utilizzati sono la Venlafaxina (Efexor® o Zarelis®) e la Duloxetina (Cymbalta® o Xeristar®). Hanno azione anche sui disturbi d'ansia.
- INIBITORI DELLA RICAPTAZIONE DELLA DOPAMINA E NORADRENALINA (DNRI): Gli antidepressivi appartenenti a questo gruppo potenziano soprattutto la trasmissione dopaminergica e, in misura inferiore, anche quella noradrenergica. Fra questi principi attivi, ricordiamo il Bupropione (Elontril®), quest'ultimo è utilizzato anche per la disassuefazione da fumo.
- INIBITORI SELETTIVI DELLA RICAPTAZIONE DELLA NORADRENALINA (NARI): I principi attivi appartenenti a questo gruppo aumentano selettivamente la neurotrasmissione noradrenergica. Fra questi ricordiamo la Reboxetina (Edronax®).
- MODULATORI DELLA TRASMISSIONE NORADRENERGICA E SEROTONINERGICA (NASSA): Questo tipo di psicofarmaci esplica la sua azione antidepressiva aumentando il segnale di noradrenalina e serotonina attraverso l'interazione con specifici recettori per questi due tipi di neurotrasmettitori. Fra i principi attivi appartenenti a questo gruppo ricordiamo la Mirtazapina (Remeron®).
- INIBITORI DELLE MONOAMMINO OSSIDASI DI TIPO A (IMAO-A): Questi antidepressivi aumentano il segnale delle monoamine (serotonina, noradrenalina, dopamina) inibendo gli enzimi deputati al loro metabolismo. Appartengono a questo gruppo la Fenelzina (Margyl®) e la Moclobemide (Manerix®).
- STABILIZZATORI DELL'UMORE: Questo particolare gruppo di psicofarmaci, cui appartiene il Litio carbonato (Carbolithium®) o il Valproato (Depakin®), trovano impiego nel trattamento del disturbo bipolare stabilizzando la fase maniacale.
Antipsicotici o Neurolettici: Gli antipsicotici (o neurolettici) sono psicofarmaci impiegati nel trattamento delle diverse forme di psicosi, come, ad esempio, la schizofrenia, i disturbi schizofreniformi, i disturbi deliranti o i disturbi psicotici indotti da sostanze. La maggior parte dei farmaci antipsicotici agisce diminuendo la trasmissione dopaminergica e aumentando quella serotoninergica. Infatti, si ritiene che i disturbi psicotici possano essere causati da un eccessivo segnale della dopamina, cui può associarsi un deficit di serotonina. Generalmente, gli antipsicotici hanno un effetto calmante e antiallucinatorio, e stabilizzano l'umore nei pazienti affetti da psicosi. Gli antipsicotici possono essere classificati in funzione della loro struttura chimica:
- FENOTIAZINE: Cui appartengono principi attivi come la Perfenazina (Trilafon®) e la Clorpromazina (Largactil®). Questi psicofarmaci esplicano la loro azione antipsicotica attraverso l'antagonizzazione dei recettori dopaminergici D2.
- BUTIRROFENONI: Sono in grado di antagonizzare i recettori D2 e possiedono una certa affinità anche per i recettori 5-HT2 della serotonina. Appartengono a questo gruppo principi attivi come l'Aloperidolo (Serenase®) e lo Spiperone.
- DERIVATI BENZAMMIDICI: Come la Sulpiride (Equilid® o Championyl®). Questi principi attivi esercitano un'azione antagonista nei confronti dei recettori D2 per la dopamina.
- DERIVATI BENZAZEPINICI: Come la Clozapina (Leponex®), la Quetiapina (Seroquel®) e l'Olanzapina (Zyprexa®), che esercitano la loro azione antipsicotica attraverso l'antagonismo nei confronti dei recettori sia D2 che 5-HT2.

Sfatare i Miti: La Realtà sull'Uso degli Psicofarmaci
Terminata la presentazione di questi farmaci, che tanto spaventano le persone al solo sentirli nominare, vediamo di sfatare alcuni miti, di capire come si usano e quello che possono fare nel trattare un disturbo psicologico. Innanzitutto, una credenza errata è che questi farmaci possano fare una specie di "lavaggio del cervello", far cambiare personalità alle persone o renderle "zombi". Le prime due credenze sono semplicemente errate perché gli psicofarmaci non hanno effetto diretto sul pensiero: gli psicofarmaci agiscono sull'emotività riportandola a livelli tollerabili/normali, così come le sensazioni fisiche legate ad essa: che poi questo possa influire anche sul nostro modo di vedere le cose o sul comportamento, può esserne una conseguenza ma non un effetto diretto del farmaco, è una cosa che decidiamo noi. Sul fatto di rendere "zombi", se accade è perché sono dosati male (non dev'essere l'azione voluta del farmaco) o purtroppo un effetto collaterale degli antipsicotici di vecchia generazione dopo anni di somministrazione.
Un'altra informazione che si sente spesso è che creino dipendenza e assuefazione: ciò è vero per gli ansiolitici, ma questa categoria di farmaci andrebbe assunta per periodi limitati di tempo o al bisogno; nel caso serva un'azione più lunga, conviene assumere un antidepressivo (SSRI), che non dà questi effetti. Convinzione sugli antidepressivi è che facciano ingrassare: per alcuni è vero ma per altri no (come l'escitalopram). La Fluoxetina, inizialmente, riduce addirittura l'appetito. Tante delle persone che ingrassano non realizzano che non è un effetto diretto del farmaco antidepressivo, ma del fatto che iniziano a stare bene. Molte persone depresse non si rendono conto o, se se ne rendono conto, sottovalutano, la componente ansiosa che spesso è associata alla depressione. Molti ricevono infatti diagnosi di sindrome mista ansioso-depressiva. La componente ansiosa è associata all'attivazione del Sistema Nervoso Simpatico che è accompagnata dalla parte catabolica del metabolismo: bruciamo energia per la reazione d'allarme iniziale e per mantenere la fase di resistenza (alla minaccia) poi. Quando l'antidepressivo inizia ad agire sull'ansia abbassandola, si disattiva la reazione difensiva, e con essa il Sistema Nervoso Simpatico e la parte catabolica del metabolismo. Di fatto non consumiamo più energia come prima ed inizia addirittura la fase anabolica del metabolismo, associata spesso ad un aumento dell'appetito, ovvero quella che serve per ricostruire ciò che abbiamo consumato nella fase catabolica, con conseguente aumento del peso, finché il metabolismo non si riassesta.
Così come, a volte, si sente dai media che qualcuno si è suicidato a seguito dell'assunzione di antidepressivi. Ciò può avvenire se chi li prescrive non indaga bene la storia (precedenti atti autolesivi) e il disturbo della persona che ha di fronte, per esempio, non facendo domande relativi a pensieri autolesivi. Bisogna raccogliere queste informazioni perché il primo effetto dell'antidepressivo è ridare energia alla persona e, solo successivamente, agisce sull'umore: va da sé che, ridare energia ad una persona che come progetto ha quello di suicidarsi, non è esattamente funzionale, se non in regime di ricovero o sotto stretta sorveglianza.

Il Ruolo della Psicofarmacologia nella Psicoterapia
Per quanto riguarda il loro utilizzo, è da precisare che gli psicofarmaci hanno un effetto sintomatologico: il loro beneficio si ha fintantoché si assumono, ma non curano il disturbo, ed è qui che interviene la psicoterapia (che invece incide sul disturbo). Tanti fanno l'errore di sospendere i farmaci appena stanno meglio, non capendo che stanno bene proprio perché li assumono, non perché hanno curato il disturbo. La guarigione avviene a seguito di modificazioni importanti nel modo di pensare e interpretare il mondo che ci circonda (relazioni, lavoro, impegni, ecc.), e questo non avviene per mezzo di un farmaco ma attraverso un percorso mirato di psicoterapia.
Quindi, la domanda che ci potremmo porre ora è: meglio gli psicofarmaci o la psicoterapia? A mio avviso, gli psicofarmaci dovrebbero essere d'appoggio alla psicoterapia quando necessario (fatta eccezione per alcuni disturbi cronici come possono essere le psicosi o il disturbo bipolare, per i quali i farmaci sono assolutamente necessari). Nel caso in cui la sintomatologia vada a compromettere in modo significativo il funzionamento della persona e/o la fruibilità del lavoro svolto, l’assunzione di psicofarmaci può essere una valida stampella in attesa degli effetti del percorso in svolgimento.
Alcune volte, durante un percorso di psicoterapia, il terapeuta può suggerire un consulto con uno psichiatra per valutare l’opportunità di un sostegno farmacologico. Questo può suscitare dubbi e preoccupazioni, ma è importante capire che questa raccomandazione è fatta nell’interesse del paziente e che, in molti casi, la combinazione di psicoterapia e farmacoterapia può rappresentare l’approccio più efficace. Un invito a consultare uno psichiatra per una valutazione del sostegno farmacologico non è un segno che la psicoterapia non sta funzionando, né è un segno di debolezza o fallimento da parte del paziente. Ad esempio, una persona con una depressione grave può lottare tanto con i sintomi che diventa difficile partecipare efficacemente alla psicoterapia. Analogamente, per alcune condizioni, come il disturbo bipolare o la schizofrenia, i farmaci sono una componente essenziale del trattamento.
La decisione di intraprendere un supporto farmacologico durante un percorso di psicoterapia dipende da vari fattori e può essere presa solo dopo un’attenta valutazione. Il criterio principale è rappresentato dal grado in cui il disturbo invalida la vita del paziente, ovvero non gli permette di portare avanti la sua vita nei vari ambiti. A volte il disturbo è di entità tale da non permettere neanche di svolgere una psicoterapia o di ottenerne i benefici. Può trattarsi ad esempio di sintomi come deliri e allucinazioni che limitano la lucidità e le capacità relazionali della persona, di una grave depressione che non permette di avviare neanche la minima iniziativa, di una grave ansia che non permette di recarsi dallo specialista o di stare fermi a parlare di sé per il tempo necessario alla psicoterapia. In questi casi il farmaco, alleviando una sofferenza troppo intensa, può permettere di avere le energie sufficienti per il lavoro psicoterapeutico.
Per alcuni disturbi si è riscontrata una maggior efficacia della combinazione psicoterapia&farmaci rispetto alla sola psicoterapia o ai soli farmaci. Attacchi di panico, disturbo bipolare, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi da uso di sostanze, disturbi alimentari sono alcuni disturbi per cui ci sono dati di ricerca in questo senso. Secondo parte dei professionisti “psi”, l’integrazione dei due approcci dovrebbe essere estesa anche ad altri disturbi.
Gli psicofarmaci sono meno indicati quando il disagio avvertito è minore e non tale da impedire alla persona di portare avanti la propria vita, quando la problematica è principalmente relazionale o legata a crisi esistenziali, decisioni da prendere, momenti di passaggio del ciclo vitale, quando la problematica coinvolge tutta la personalità del soggetto.
FARMACI O PSICOTERAPIA? COSA FARE?
Prescrizione e Assunzione: Chi, Come e Quando
L'assunzione di psicofarmaci deve avvenire rigorosamente sotto controllo medico. La figura ideale più appropriata per porre la diagnosi e per prescrivere la terapia psicofarmacologica è quella dello psichiatra. Molte persone sono restie a rivolgersi a uno psichiatra perché lo percepiscono come il medico che cura “i pazzi” e temono di essere giudicate come tali. Una parte di queste persone rinuncia del tutto, altre “ripiegano” sul medico di medicina generale, a cui si rivolgono con meno ansia. Seppure anche il medico di medicina generale possa valutare la condizione del paziente e prescrivere uno psicofarmaco, lo psichiatra resta la figura professionale specialistica maggiormente indicata, soprattutto per l’impostazione iniziale del trattamento. D’altro canto, gli psicofarmaci sono largamente utilizzati, spesso purtroppo in modalità “fai-da-te”, con tutti i rischi connessi. Accade anche che le persone assumano psicofarmaci senza rendersi conto che si tratta di psicofarmaci, ad esempio prendono da una vita le “goccine per dormire” o per calmarsi occasionalmente, ma senza aver mai approfondito cosa di fatto assumono.
Uno dei compiti di noi psicoterapeuti è proprio aiutare le persone a superare i propri pregiudizi sulla figura dello psichiatra e a comprendere che il suo campo di intervento è molto vasto poiché comprende patologie di tipo e gravità molto diversi e che è in ogni caso l’esperto più preparato sull’utilizzo degli psicofarmaci, a prescindere dalla gravità del disturbo.
I motivi per cui una persona può essere restia ad assumere psicofarmaci, pur avendone bisogno, sono principalmente due:
- Timore degli effetti collaterali: “Ho paura che mi intontisca”, “Ho paura che mi faccia dormire tutto il tempo”, “Ho letto che può dare problemi sessuali”. Gli psicofarmaci, come altri farmaci, possono provocare effetti collaterali, a maggior ragione è necessario assumerli sotto controllo di uno specialista che sappia eventualmente apportare le opportune modifiche rispetto al tipo di farmaco, alla dose, alla durata del trattamento, per ottenere il massimo beneficio possibile con i minori effetti collaterali possibili. Può accadere che siano necessari aggiustamenti progressivi e questo non deve scoraggiare, anzi, significa che la cura può essere modulata su misura per il singolo individuo.
- Timore di diventare dipendenti dal farmaco: Il rischio della dipendenza esiste, soprattutto per alcuni tipi di psicofarmaci, ma può essere limitato seguendo scrupolosamente le indicazioni del medico che li prescrive, in particolare al momento della sospensione. La psicoterapia concomitante permette di limitare o scongiurare questo rischio e, anzi, generalmente ha tra gli effetti anche quello di rendere il paziente meno bisognoso del farmaco (anche se per alcuni disturbi è necessario che la terapia farmacologica venga mantenuta), perché lo aiuta ad apprendere nuove modalità di pensiero e comportamento che progressivamente si sostituiscono a quelle precedenti disfunzionali, nuovi apprendimenti che restano a lungo termine, a differenza degli effetti del farmaco.

L'Alleanza Terapeutica: Psicoterapia e Farmacoterapia per il Benessere
Quando si affrontano sintomi intensi come quelli legati a forte ansia, attacchi di panico, agorafobia o a disturbi dell'umore, può sembrare quasi impossibile trovare le energie per lavorare su di sé in psicoterapia. In questi contesti, gli psicofarmaci possono agire come un vero e proprio alleato. Il loro scopo è supportare e facilitare il percorso psicoterapeutico: alleviando i sintomi più invalidanti, creano lo spazio mentale e la stabilità emotiva necessari per affrontare il lavoro terapeutico in modo più profondo ed efficace.
Alcuni studi hanno dimostrato l’efficacia dei farmaci contestualmente alla psicoterapia. Per esempio, la terapia cognitivo comportamentale combinata con farmaci mirati, tende a portare a un miglioramento significativo dei sintomi del disturbo da attacchi di panico e di altri disturbi d’ansia. Ci sono psichiatri che, a seconda del disturbo che devono trattare, non usano psicofarmaci ma, in linea generale, non sembrano esserci nella comunità scientifica psichiatri che si dicono “contro” gli psicofarmaci che, in un trattamento a breve termine, risultano avere la stessa efficacia di una terapia psicologica. L'obiettivo finale di un percorso integrato è spesso quello di raggiungere un equilibrio tale da poter ridurre gradualmente, o persino eliminare, la necessità del supporto farmacologico. La psicoterapia, infatti, lavora per fornire strumenti duraturi nel tempo, con un'efficacia a lungo termine che in molti casi si dimostra fondamentale per prevenire le ricadute.
Se senti che la sofferenza psicologica sta avendo un impatto significativo sulla tua vita, il primo passo è rivolgersi a un professionista della salute mentale. Uno psicologo o psicoterapeuta può aiutarti a fare chiarezza, a definire il problema e a valutare insieme a te se un consulto psichiatrico per un'eventuale terapia farmacologica possa essere un passo utile nel tuo percorso. Affrontare questi temi con un professionista può anche aiutare a superare la paura di prendere psicofarmaci e a vederli per quello che sono: non una debolezza, ma uno strumento.
La farmacoterapia agisce sulla risoluzione dei sintomi psichici e neurovegetativi ma spesso le persone curate esclusivamente con gli psicofarmaci presentano solo un transitorio miglioramento dovendo poi intraprendere un nuovo ciclo di trattamento. Questo accade perché soprattutto nell’ambito delle patologie ansioso-depressive gli psicofarmaci normalizzano il funzionamento dei neurotrasmettitori implicati in tali patologie ma non possono intervenire sulle cause. È quindi importante e necessario anche un percorso di psicoterapia che permetta di modificare il modo di vivere le relazioni intra e inter-personali e di sopportare le situazioni stressanti. In particolare la psicoterapia cognitivo comportamentale si basa sul presupposto che vi è una stretta relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti e che i problemi emotivi sono influenzati da ciò che pensiamo e facciamo nel presente. Le nostre reazioni emotive e comportamentali sono infatti determinate dal modo in cui interpretiamo le varie situazioni, quindi dal significato che diamo agli eventi.
La ricerca scientifica ha evidenziato che l’associazione delle due modalità di cura è utilizzata sempre più frequentemente, e in modo sempre meno empirico. Alla terapia farmacologica viene associata la psicoterapia quando la prima, pur essendo stata seguita correttamente, ha dato risultati parziali, come avviene nel 10-30% dei casi di disturbo di panico, disturbo ossessivo compulsivo e depressione. Oppure quando patologie importanti, come i disturbi bipolari o la schizofrenia, hanno causato perdita dell’auto-stima, insicurezza, difficoltà nei rapporti sociali e non c’è un recupero spontaneo in queste aree anche dopo la risoluzione della sintomatologia.
Il 75% degli psicoterapeuti intervistati ritiene che la prescrizione di farmaci influenzi la psicoterapia; il 58% ritiene che questa influenza sia negativa, anche se il 52% prescrive personalmente i farmaci ad un proprio paziente in psicoterapia se li ritiene necessari. Sorprendentemente, il 25% è contrario alla somministrazione di farmaci nel caso di Disturbo di Panico con Agorafobia, e addirittura il 33% non li somministrerebbe nel caso di Episodio Depressivo Maggiore, nonostante la letteratura basi il razionale terapeutico di questi disturbi proprio sulla farmacoterapia. Evidentemente siamo di fronte ad un atteggiamento di estrema prudenza di fronte all’impiego di strategie terapeutiche integrate, probabilmente per il timore che il setting psicoterapeutico possa risentire negativamente della prescrizione farmacologica da parte del terapeuta.
N.B. Cortesemente non inviate commenti chiedendo consigli farmacologici, non verranno accettati: non sono un medico per cui non ho conoscenze sufficienti per poterne dare, e comunque non ne darei senza valutare di persona il paziente. Rivolgetevi al medico di famiglia o ad un medico psichiatra.
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