Don't Be Afraid: L'Animazione che Affronta la Paura della Pandemia e le Sue Eco Emotive

L'animazione, nella sua capacità di trasfigurare concetti astratti in immagini potenti, si rivela uno strumento straordinario per esplorare le sfumature più recondite dell'animo umano. Un esempio emblematico di questa potenzialità è "Don't Be Afraid", un cortometraggio animato che, pur nella sua apparente semplicità stilistica, sprigiona un impatto emotivo di notevole profondità. Nato dall'urgenza di elaborare le ansie scaturite dalla pandemia di COVID-19 nel marzo 2020, il corto si propone di sviscerare la paura primordiale di un genitore: come trovare la forza necessaria per proteggere i propri figli da un male invisibile e pervasivo? Questa domanda esistenziale ha guidato Nicola Gastaldi, noto artisticamente come Gasta, designer cremonese con una decade di esperienza a Londra nel settore di Google, e il suo team nella realizzazione di quest'opera.

Madre triangolare che richiama figlie quadrate

La visione artistica di "Don't Be Afraid" si muove in un territorio ibrido, evocando atmosfere che richiamano sia la geometrica essenzialità di "Flatlandia" sia la poetica onirica di Hayao Miyazaki. Lo stile predominante è un essenziale bianco e nero, una scelta cromatica che amplifica il senso di precarietà e incertezza. In questo panorama monocromatico, un'unica eccezione cromatica emerge: la paura stessa del virus, rappresentata come un mostro in costante e inquietante ingigantimento, e il suo antidoto, la speranza e il coraggio.

La narrazione visiva si concentra su una madre, stilizzata come una figura triangolare, che richiama a sé le proprie figlie, raffigurate con forme squadrate. La sua preoccupazione è palpabile: come garantire la loro sicurezza di fronte a una minaccia ineludibile? Questo tormento interiore la porta a un'insonnia estenuante. La risoluzione, tuttavia, non risiede nell'eliminazione della paura, ma nel coraggio di affrontarla. La vera forza emerge nel "non aver paura di aver paura", trovando nel conforto e nell'unione dei propri cari le armi più efficaci per infondere coraggio.

Il cortometraggio, pur nella sua brevità di soli tre minuti, è il risultato di un processo creativo meticoloso e dispendioso in termini di tempo ed energie mentali. "Ci ho messo 21 mesi per finirlo, riscrivendo la sceneggiatura tre volte, perché la storia e soprattutto il tono sono dovuti cambiare tanto quanto si è evoluta la situazione internazionale", spiega Gasta. Questa evoluzione riflette la natura mutevole della pandemia stessa, obbligando gli autori ad adattare la narrazione a un contesto in perenne trasformazione. Analogamente, l'aspetto visivo ha richiesto numerose correzioni di rotta. Gasta ha personalmente curato gran parte delle animazioni e delle scene, con il supporto occasionale di un amico, sottolineando la natura in larga parte solitaria del processo creativo, un tratto distintivo di molte opere nate durante il periodo pandemico.

Nonostante la forte impronta personale, "Don't Be Afraid" si è avvalso della collaborazione di diverse professionalità. La sceneggiatura e il voice-over sono stati affidati a Sophie Lewis, mentre le illustrazioni dei personaggi portano la firma dell'artista Pierre Buttin. Nicola Destefanis ha contribuito con il modelling 3D dei personaggi e le animazioni, e Rebecca Smith ha curato il sound design, con le musiche originali composte da Marcus Grimm. Questo intreccio di competenze ha dato vita a un'opera corale, nonostante le sfide logistiche imposte dal distanziamento.

In un certo senso, la realizzazione del corto ha assunto i contorni di un progetto familiare. Molte delle idee che hanno preso forma durante i periodi di quarantena sono state concepite per intrattenere e coinvolgere l'intera famiglia. "I nostri figli che hanno offerto le loro voci, i nostri partner che hanno offerto abilità nel suono e nel design e tutti hanno vissuto con noi ossessionati da questa cosa per troppo tempo", confidano Gasta e il suo team, evidenziando come il progetto sia diventato un'esperienza condivisa e totalizzante.

Le intenzioni degli autori erano chiare: "Non volevamo che il film respingesse o sminuisse i pericoli della pandemia o dell'ansia, mentre allo stesso tempo volevamo trovare una soluzione al suo interno. Speranza anche", affermano. Questa ambizione si traduce nella ricerca di un equilibrio delicato tra il riconoscimento della gravità delle minacce e la celebrazione della resilienza umana. Gasta e il suo team sottolineano un aspetto fondamentale della crescita: "Da adulti trascorriamo molto tempo a voler proteggere i nostri figli, ma per natura i bambini nascono con menti meravigliosamente adattive e aperte." Questa osservazione apre una riflessione più ampia sulle dinamiche di protezione genitoriale e sulla intrinseca capacità dei bambini di affrontare le sfide.

Illustrazione di un mostro pandemico che cresce

La tematica della paura pandemica, tuttavia, si intreccia in modo inaspettato con un concetto psicologico profondo: la dipendenza affettiva. Il testo fornito espande questo legame, suggerendo come la tendenza a proteggere i propri cari possa, in casi estremi, sfociare in dinamiche di attaccamento eccessivo, simili a quelle osservate nelle dipendenze. "Per alcune persone risulta molto difficile interrompere delle relazioni insoddisfacenti e frustranti poiche’ il pensiero di rimanerne privi viene vissuto come qualcosa di gran lunga peggiore. Si tratta di “non poter vivere con” e “non poter vivere senza”: il funzionamento della persona dipende dalla propria relazione affettiva." Questa prospettiva allarga l'interpretazione del corto, suggerendo che la paura di perdere i propri cari, amplificata dalla pandemia, possa risuonare con dinamiche di dipendenza preesistenti o latenti.

La dipendenza affettiva viene descritta come una delle "nuove dipendenze", un disturbo autonomo identificato a partire dagli anni '70. Essa presenta aspetti comuni a tutte le tipologie di dipendenza, ma possiede caratteristiche peculiari legate all'innamoramento e alle relazioni sentimentali. Nelle fasi iniziali dell'innamoramento, è possibile riscontrare sintomi tipici delle dipendenze da sostanze o comportamentali, quali euforia, astinenza, tolleranza, dipendenza fisica e psicologica, e persino ricadute. Questo paragone tra amore e sostanza d'abuso pone l'accento su come le relazioni affettive possano stimolare le aree cerebrali legate alla ricompensa, in modo simile alle droghe, e come la loro interruzione possa generare ansia e depressione. La relazione stessa diventa sia l'obiettivo che la ricompensa, offrendo un sollievo temporaneo dalla sofferenza.

I segni e sintomi della dipendenza affettiva sono strettamente correlati a quelli delle dipendenze comportamentali e includono:

  • Tolleranza: un bisogno costante di aumentare il tempo trascorso con il partner, a scapito delle attività autonome o di altre relazioni.
  • Astinenza: la comparsa di ansia, panico, depressione quando il partner è fisicamente o emotivamente distante.
  • Perdita di controllo: una mancanza di consapevolezza della propria situazione e di autogestione, alternata a momenti di lucidità accompagnati da vissuti di vergogna e rimorso.

Queste dinamiche si manifestano concretamente in una serie di comportamenti e atteggiamenti quotidiani:

  • Le emozioni del partner acquisiscono un'importanza preponderante rispetto alle proprie.
  • La stima di sé diventa dipendente dall'approvazione altrui.
  • Assumere una posizione o prendere una decisione diventa arduo e genera forti sensi di colpa.
  • La paura dell'abbandono è così intensa da indurre comportamenti volti a evitare la solitudine e il rifiuto.
  • Riconoscere ed esprimere i propri pensieri ed emozioni risulta difficile o spaventoso.
  • La maggior parte del tempo viene impiegato per controllare il partner.
  • Le conseguenze negative che la relazione produce in altri ambiti della vita vengono sistematicamente ignorate.

La dipendenza affettiva è spesso associata a specifici tratti di personalità, tra cui:

  • Difficoltà nel prendere decisioni senza richiedere consigli e rassicurazioni, a causa di una scarsa fiducia nelle proprie capacità e un'eccessiva tendenza all'autocolpevolizzazione in caso di errori.
  • La necessità che altre persone si assumano la responsabilità di aspetti cruciali della propria vita.
  • Difficoltà nell'esprimere disaccordo con gli altri.
  • Problemi nel portare a termine progetti o attività in autonomia, per timore di un fallimento percepito come inevitabile agli occhi altrui.
  • Emozioni negative al pensiero di rimanere soli.
  • La tendenza ad assumersi la responsabilità di situazioni negative, anche quando non corrisponde alla realtà.
  • Incapacità di creare o difendere i propri confini personali.

L'associazione americana Dipendenti Affettivi Anonimi (Love Addicted Anonymous) ha delineato alcuni profili tipici di dipendenza affettiva:

  • Dipendente affettivo ossessivo: Incapacità di distaccarsi dalla relazione, anche quando il partner non è emotivamente o sessualmente disponibile.
  • Dipendente affettivo codipendente: Soffre di bassa autostima e cerca in ogni modo di trattenere il partner, dedicandosi a "prendersi cura" di lui nella speranza di un futuro ricambio affettivo.
  • Dipendente dalla relazione: Pur non essendo più innamorato, non riesce a interrompere la relazione, spaventato dal cambiamento e dalla solitudine.
  • Dipendente affettivo narcisista: Utilizza seduzione e dominazione per controllare il partner. Di fronte al rischio di abbandono, ricorre a ogni mezzo, talvolta anche violento, per mantenere la relazione.
  • Dipendente affettivo ambivalente: Soffre di un disturbo di personalità evitante, caratterizzato da una ricerca costante d'amore ma anche da una profonda paura dell'intimità.
  • Seduttore rifiutante: Cerca un partner per ottenere affetto, compagnia o sesso, per poi rifiutarlo non appena si sente insicuro, in un ciclo continuo di disponibilità e indisponibilità.
  • Dipendente romantico: La dipendenza si estende a partner multipli, instaurando legami a diversi livelli, anche con relazioni di breve durata o simultanee.

Little Nemo | 1° Cortometraggio animato realizzato da Winsor McCay | 1911

Il superamento di tali difficoltà rappresenta un percorso complesso e dispendioso in termini di tempo. Richiede innanzitutto il riconoscimento della problematica, la piena consapevolezza delle conseguenze che essa ha avuto sulla propria vita e di quelle potenziali future, e una forte motivazione a intraprendere un cambiamento. Questo processo di trasformazione spesso necessita del supporto di un percorso di psicoterapia, un ambiente sicuro dove poter esplorare le radici della dipendenza e sviluppare strategie per costruire relazioni più sane e autonome. "Don't Be Afraid", quindi, pur partendo da un'esperienza specifica legata alla pandemia, apre uno spiraglio su temi universali legati alla paura, alla resilienza e alla complessità dei legami umani, ricordandoci che anche nelle avversità più oscure, la luce della speranza e il calore delle relazioni possono offrire un rifugio e una guida.

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