La dicotomia tra normalità e patologia in psichiatria è un terreno complesso e spesso frainteso. Sebbene comunemente percepite come entità antitetiche, la realtà è ben più sfumata. La percezione di "male" proiettata altrove, un meccanismo psicologico di difesa, contribuisce a mantenere questa separazione netta. Questo articolo si propone di esplorare la differenza tra normalità e patologia, interrogandosi sulla reale desiderabilità del concetto di "normale" e analizzando le sue molteplici sfaccettature storiche, filosofiche e sociali.
Una Sintesi Storica del Concetto di Normalità
La concezione quantitativa della normalità, quella che la definisce come "ciò che segue la norma, conforme alla norma, quindi consueto, ordinario, regolare", non è un costrutto antico. Essa affonda le sue radici nel 1801, anno in cui Carl Friedrich Gauss elaborò la sua celebre distribuzione "normale", nota anche come curva a campana. Originariamente concepita per risolvere un problema astronomico legato alla previsione dell'orbita di Cerere, la formula di Gauss si rivelò uno strumento potente per fare previsioni accurate in presenza di numerose misurazioni. Di conseguenza, la sua applicazione si estese ben oltre il campo astronomico, permeando ogni settore del sapere, inclusa la psicologia.

Il presupposto fondamentale su cui si basano i test psicologici moderni è che le caratteristiche psicologiche, definite "costrutti" proprio perché non tangibili, seguano una distribuzione normale. Senza questa assunzione statistica, la misurazione di tali costrutti ipotetici risulterebbe impossibile. Pertanto, quando si parla di normalità in senso statistico in psicologia, ci si riferisce a una costruzione astratta, uno strumento utile per prendere decisioni in vari contesti, come la selezione di un collaboratore, la determinazione del QI per l'accesso a un sussidio, o la risposta a quesiti legali. Il risultato di questa analisi è una descrizione astratta e tipologica del funzionamento presunto di un individuo rispetto a una norma statistica ipotetica. Dal punto di vista filosofico, questo approccio sconfina più nell'etica che nella scienza pura.
Normalità, Norma e Norme: Un Labirinto Semantico
Il concetto di "normale" conduce inevitabilmente a un'ulteriore confusione tra norma statistica e norma nel senso di regola o ideale. La parola latina "norma" indicava originariamente la squadra, uno strumento per tracciare angoli retti, da cui deriva il significato italiano di "regola di condotta", evocando un'idea di perfezione o di un ideale da raggiungere. La confusione tra queste due accezioni del termine "normale" nasce da diverse ragioni:
a) Mancanza di conoscenza del linguaggio statistico: Spesso, il termine viene caricato di giudizi qualitativi e morali, perdendo la sua neutralità statistica.b) Orientamento tecnologico della società: In un mondo dominato dalla tecnica, ciò che è più frequente e usuale tende a essere considerato anche più prevedibile e, quindi, desiderabile.c) Pressione al conformismo: Gli "ideali" interni, gli archetipi che spingono verso l'individuazione, vengono spesso oscurati dalla pressione sociale verso il conformismo e dalle mutevoli "mode" culturali.
Come evidenziato, il confine tra scientificità e moralità è estremamente labile quando si tratta di definire la normalità. Analogamente a Gauss, che partì da un'astrazione astronomica, ogni ragionamento sulla normalità o anormalità si configura come un'astrazione su modelli e prototipi. Questo approccio, sebbene utile per la comprensione e il controllo delle cose attraverso la misurazione, può portare a una visione riduttiva della complessità umana.

Il Mito del "Letto di Procuste" e la Sindrome Correlata
L'espressione "letto di Procuste" è comunemente usata per descrivere un'operazione impossibile: adattarsi a qualcosa di predefinito che non tiene conto delle individualità. Nel contesto della normalità psichiatrica, questo mito assume un significato particolarmente potente, riferendosi sia all'astrazione statistica della normalità sia alla norma intesa come ideale di riferimento.
Procuste, il cui nome significa "lo stiratore", era un brigante della mitologia greca che infestava la strada tra Atene ed Eleusi. Egli proponeva ai viandanti di riposarsi nel suo letto. Se il malcapitato era troppo alto, Procuste gli amputava le parti sporgenti per farlo rientrare nel letto piccolo. Se, al contrario, era troppo basso, lo stirava fino a slogargli le membra per adattarlo al letto lungo. L'eroe ateniese Teseo, lo stesso che uccise il Minotauro, pose fine alle atrocità di Procuste, utilizzandone i metodi contro di lui.

Questo mito trova un'eco nel concetto di "Sindrome di Procuste", che descrive i sentimenti di dolore, tristezza e invidia provati nei confronti del successo altrui. Procuste, rimanendo ai margini del percorso di trasformazione spirituale (simboleggiato da Eleusi), aggredisce coloro che sono diretti verso tale percorso. In modo analogo, la sindrome riflette una difficoltà nell'accettare il successo altrui, spesso mascherata da un'adesione forzata a standard predefiniti.
Normalità e Archetipi: Un Dialogo tra Psiche e Significato
Lo psicologo James Hillman ha offerto preziose intuizioni sulle ragioni che spingono all'identificazione e alla ricerca di nuove patologie. Egli osserva come la società moderna tenda a una narrativa superficiale e "puerile", in cui le malattie sono il male da combattere da parte di un'umanità "eroica". Le spiegazioni naturalistiche e "scientifiche" tendono a escludere ogni correlato psicologico, privilegiando cause materiali e misurabili. In questo modo, la dimensione del "significato" viene soppiantata da correlati neurofisiologici o neuroanatomici, cause traumatiche e simili.
La tendenza a definire tutto in base a norme rappresenta, in sé, un punto di vista potenzialmente patologico, un riflesso dell'archetipo di Atena, associato al pensiero razionale e ordinato. Come nel mito di Procuste, le deviazioni da un modello predefinito, magari razionale, vengono considerate aberrazioni da eliminare. Se questa modalità non viene moderata da altre prospettive, perde la sua intrinseca saggezza.
Le spiegazioni esclusivamente naturalistiche rischiano di escludere la dimensione del "significato" che sottende una concezione finalistica degli eventi. Per un approccio psicologico autentico, è fondamentale integrare questa dimensione in ogni discorso.
La Patologia come Norma Necessaria alla Psiche
Contrariamente all'idea comune, Hillman sostiene che ogni immagine, ogni archetipo, si manifesta in modo intrinsecamente "patologico" a causa della sua necessità di essere esperita. Più siamo inconsapevoli delle nostre immagini psichiche, più queste tendono a manifestarsi in forme disturbate per attirare l'attenzione cosciente.
Un esempio pratico illustra questo concetto: chi pratica attività fisica sa quanto possa essere appagante, spingendo a desiderarne sempre di più, talvolta oltre i propri limiti. L'insorgere di un dolore, di un'infiammazione, di una vera e propria patologia, può essere interpretato, dal punto di vista psicologico, come l'emergere di un'immagine legata al senso della misura, che richiede di essere riconosciuta e gestita dal soggetto.
La psicologia archetipica riconosce la patologizzazione come un processo necessario per la psiche, parte integrante del "fare anima". Jung stesso affermava che "gli dèi sono diventati malattie". I sintomi, in quest'ottica, sono essenziali poiché permettono di stabilire una relazione con la conoscenza di sé, un rapporto mediato dal linguaggio e dall'immaginazione con gli archetipi che hanno guidato il nostro percorso vitale e, soprattutto, con quelli che ancora non hanno trovato espressione.
Il Simbolismo del Gatto nei Sogni: Interpretazione Junghiana e Arcontica
La Normalità come Costruzione Sociale e Ideale Inconcreto
Il concetto di "normalità" psichica possiede una duplice funzione: descrittiva e prescrittiva. Non si limita a indicare "ciò che generalmente si verifica" in senso statistico, ma, in ambito psichiatrico, assume anche il valore di un ideale da raggiungere, un obiettivo al termine di un percorso terapeutico.
La definizione del confine tra comportamento normale e patologico si confronta con una serie di modelli che si affiancano alle norme etiche, religiose e giuridiche. La norma che definisce lo stato di salute viene costruita sulla base della cultura e dei valori dominanti di una società, proprio come i precetti morali o i comandi giuridici.
Il concetto di normalità può basarsi su una percentuale maggioritaria di comportamenti e punti di vista, oppure diventare funzione di un ideale collettivo. Spesso, la normalità viene considerata in relazione agli altri, all'ideale o alla regola, implicando un grado di adattamento alle richieste dell'ambiente. Essa va quindi calata in un contesto storico e sociale che contribuisce a determinarla. L'anormalità rischia di essere identificata ogni qualvolta un individuo esce dall'adattamento atteso o dalle norme imperanti. Purtroppo, spesso ciò che è "diverso" viene considerato "anormale" o "patologico".
Questo implica che chiunque, in determinate circostanze, può sperimentare sofferenza psichica, e chi l'ha sperimentata può cercare di superarla. Le manifestazioni esteriori di questa sofferenza, i sintomi, non indicano necessariamente il tipo di struttura psicologica di una persona, né segnalano sempre la gravità della crisi attraversata. Una persona con una struttura di base solida può essere messa alla prova da situazioni traumatiche, mentre una struttura meno stabile può essere più soggetta a sensazioni di disagio psichico.
Georges Canguilhem, figura centrale nella filosofia della scienza, definisce la vita come "ciò che è in grado di commettere un errore", un elemento indispensabile per l'evoluzione, il progresso e il cambiamento. Spesso, la manifestazione di un disagio psichico rappresenta una richiesta di aiuto che, se ascoltata, può avviare la ricerca di un nuovo equilibrio. Tuttavia, non sempre è possibile affrontare questi momenti di "crisi" da soli.
Esiste una verità che riguarda i vissuti e l'esistenza più che il pensiero e le regole, stabilite spesso come difese proprio da tali vissuti. Rispettare pedissequamente la norma può allontanare dalla propria realtà personale e impedire al soggetto di sentirsi autentico. Christopher Bollas definisce le persone apparentemente stabili, sicure e integrate come "normotiche", ossia "anormalmente normali". Queste persone faticano a mantenere il contatto con il loro mondo interiore, con i propri sentimenti e affetti, rifugiandosi in un mondo di oggetti a cui finiscono per assimilare il loro stesso essere. La personalità normotica si difende aderendo a una routine fatta di abitudini consolidate, finalizzate a mantenere un equilibrio costante, da cui finisce per dipendere.

La dipendenza, in questo contesto, ha lo scopo di dissipare rapidamente ogni sentimento di ansia, rabbia, colpa, depressione o qualsiasi altro stato affettivo che possa generare tensione o disagio psichico. Persi in un vuoto conformismo, i soggetti normotici vivono stati emotivi non rappresentabili, reiterando una funzione di rassicurante sopravvivenza psichica. Il rischio di aderire alla normalità è quello di diventare "un soggetto che potremmo definire ‘senza lacrime’, sprovvisto cioè di quella capacità di esternare il proprio dolore psichico".
Dalla nascita, l'individuo perde parti di sé per difendersi dal mondo esterno e interno. Il rischio è quello di perdersi.
La "Falsa Coscienza" e l'Alienazione del Soggetto
La società contemporanea, plasmata dal capitalismo, genera in ognuno di noi quella che viene definita "falsa coscienza". Questa si manifesta innanzitutto come una "non coscienza" della realtà, o come una coscienza parcellare e deformata, che diviene "falsa" nel momento in cui viene razionalizzata secondo la visione del mondo diffusa dal potere dominante. La falsa coscienza è la normalità dominante introdotta dal capitalismo per determinare un "modo di vivere" all'interno della struttura economica unificata, coincidente sostanzialmente con la "struttura della coscienza".
Essa si fonda sul modo in cui ogni individuo acquisisce stabilità, ovvero sull'equilibrio tra Io cosciente, spinte istintuali e esigenze morali personali. Include anche il "modo di vedere il mondo" e le "idee" su se stessi e sul mondo. Il suo contenuto, continuo e uniforme, è rappresentato dall'educazione e dalla famiglia: disciplina, senso di responsabilità, risparmio, produttività, creatività guidata, immaginazione secondo i piani del capitalismo.
Questa coscienza è "falsa" nella misura in cui impedisce una presa di coscienza della natura della società capitalista. Ogni aspetto di questo sistema è "storicamente determinato" e legato alle esigenze del capitale, ma viene "falsamente" presentato come "naturalmente dato", come parte di un paesaggio immutabile, qualcosa che "è lì perché non potrebbe non esserci" e che non può essere messo in discussione.
In questo scenario, ogni relazione tra esseri umani diventa un feticcio. Ognuno di noi è parte di questo sistema come un "dato isolato", "separato" dall'insieme, rendendo impossibile la sua comprensione. Nella netta separazione tra "tempo libero" e "lavoro", si struttura la quotidianità universale: nel lavoro ci si aliena, non ci si riconosce, non ci si sente se stessi; nel tempo libero, ci si vende a un sistema di gratificazioni individuali in cui, "falsamente", ci si riconosce.
Queste "falsità" della vita si traducono in "falsi bisogni", paradossalmente, sia del "normale" che del "disturbato". Il disturbo non va concepito come opposto al "sano", ma come "altro". La stessa follia è espressione di un bisogno, di una contraddizione drammatica che va oltre il caso del singolo individuo e chiede di essere risolta.
La "presa di coscienza" dei bisogni è una via d'uscita sia dalle illusioni della "normalità" sia dalle sofferenze psicologiche che le accompagnano. Per bisogno si intende la fonte oggettiva della sofferenza per "mancanza" di un bene necessario agli scopi della vita. Se accompagnato da insoddisfazione e dalla presenza di un bene che possa estinguerla, il bisogno si esprime come desiderio, l'aspetto soggettivo del bisogno, in quanto emozione e tensione verso uno scopo.
Spesso il bisogno esiste oggettivamente senza che vi sia piena e pertinente coscienza di esso, a volte nascosto da altri bisogni meno vitali. I bisogni più complessi, oggetto della discussione, quelli propri della "falsa coscienza", sono i bisogni "reificati", sociali. La società gioca con la tendenza a confondere bisogno e desiderio, causando l'illusione di sapere sempre "di cosa si ha bisogno".
Tutti siamo caratterizzati da bisogni "naturali" e "oggettivi", ma vi è una soglia a partire dalla quale inizia il loro "modellamento sociale". I bisogni "sociali" sono "radicali", apparentemente non vincolati immediatamente ai bisogni del corpo (libertà, uguaglianza, giustizia, conoscenza, ecc.). Pur essendo storici, hanno qualcosa di costante: nascono dalla prassi e si definiscono nel definirsi dell'uomo attraverso la storia. La loro unica verifica e misura si configura nel loro prevalere, non nella loro universalità. Sono elaborati, definiti e diffusi dalla classe dominante.
Nella crescita di ogni singolo individuo si nota un incremento di bisogni, da quelli fisiologici elementari a quelli storicizzati e complessi dell'adulto. L'uomo moderno, "ricco di bisogni sviluppati ed evoluti", è al contrario espressione e prodotto di profonde carenze e inappagamenti. Altro modo per chiamare questa falsa coscienza è "soggettività alienata".
La soggettività, intesa come modo personale e collettivo di sentire la situazione, assume valore solo se prende forma in una consapevolezza della situazione storica. Al contrario, il "modo di sentire" dell'uomo moderno è informe, inconsapevole, di chi soffre senza piena consapevolezza dei propri bisogni, o sente un impulso al rinnovamento privo di una reale coscienza della situazione e di un concreto programma d'azione.
La verità è che la soggettività, fatta principalmente di irrazionalità e spontaneità, è stata svuotata del suo significato originario per divenire oggettiva.
L'Ansia Evolutiva e la Medicalizzazione della Vita
Un dibattito interessante sul concetto di normalità in psichiatria emerge dall'analisi delle paure innate e della loro trasformazione in disturbi mentali. Kenneth S. Kendler, psichiatra e genetista, solleva interrogativi cruciali riguardo alla classificazione delle paure nel DSM-IV-TR.
Prendiamo l'esempio della fobia dei felini. Diecimila anni fa, sviluppare una "paura per i felini" era normale e contribuiva alla sopravvivenza. Individui con varianti genetiche che tramandavano questa paura avevano un migliore adattamento e selezione positiva. Oggi, i felini pericolosi si sono trasformati in gatti domestici, e questa paura, un tempo salvavita, è considerata irrazionale e fonte di disagio. Ci si può quindi chiedere se una fobia dei gatti sia veramente un disturbo mentale, sebbene risponda al criterio di una "marcata e persistente paura che è eccessiva o irragionevole".

Questo ragionamento mette in luce due intuizioni contraddittorie: da un lato, esistono paure ereditabili che fanno parte del normale funzionamento cerebrale e non dovrebbero essere considerate disturbi mentali; dall'altro, il nostro cervello ci permette di adattarci al mondo circostante, e le persone che vivono fobie provano disagio e sofferenza nella loro quotidianità.
Kendler critica il DSM per l'inflazione di diagnosi come la fobia sociale e il disturbo post-traumatico da stress, rimproverando al manuale di ignorare che l'evoluzione ci ha dotato di meccanismi legati all'ansia (paura di volare, delle altezze, dei felini pericolosi) che, pur sembrando irrazionali oggi, erano meccanismi salvavita migliaia di anni fa.
Tuttavia, si nota che gli autori di questa teoria, pur ben argomentata, tendono a credere ciecamente in essa, impostando tutto il loro ragionamento su questa base senza formulare ipotesi di lavoro concrete. Inoltre, la rappresentazione dell'evoluzione di Horwitz & Wakefield appare artificiosa, prevedendo un unico tipo di funzionamento umano senza considerare la diversità individuale e la variabilità genetica nella predisposizione all'ansia.
Un ulteriore problema fondamentale riguarda la desincronizzazione tra l'ambiente in cui l'uomo si è evoluto e quello in cui vive. Considerando l'epidemia di diabete di tipo II, ad esempio, potrebbe essere semplicemente il frutto dell'evoluzione di un fegato fatto per accumulare e metabolizzare grassi, svolgendo la funzione per cui si è evoluto. In tale ottica, il diabete di tipo II non dovrebbe essere considerato una malattia.
Il DSM-5 e la Definizione di Disturbo Mentale
Il DSM-5 definisce il disturbo mentale come un quadro caratterizzato da difficoltà cognitive, nella regolazione delle emozioni o nel comportamento, associato a significativa sofferenza e inabilità in ambito sociale, lavorativo e in altri importanti settori della vita dell'individuo. La definizione attuale del disturbo mentale nel DSM-5 lo intende come una sindrome caratterizzata da un significativo disturbo clinico nell'ambito della cognitività, della regolazione delle emozioni o del comportamento, dovuto a una disfunzionalità nei processi psicologici, biologici o di sviluppo che sono alla base del funzionamento mentale.

La classificazione dei disturbi mentali più seguita oggi si basa sulle evidenze cliniche presenti in un numero statisticamente elevato di individui. Prima dell'avvento del DSM, la nomenclatura delle malattie mentali era basata sui giudizi clinici e sull'esperienza dei medici, ma risentiva di contaminazioni ideologiche.
Contro il costrutto di disturbo mentale, inteso come etichettamento sociale, si è espresso a lungo il movimento dell'antipsichiatria, con esponenti come Foucault, Basaglia, Cooper e Laing. I pilastri ideologici dell'antipsichiatria erano la lotta contro le istituzioni manicomiali, viste come luoghi di segregazione sociale, e contro il potere medico, satellite di altri poteri (politico, economico), che ha delineato i confini culturali tra normalità e patologia.
Salute, Benessere e Normalità: Un Terreno di Confusione
Il concetto di "salute" è spesso vissuto in modo quasi inconsapevole, coincidendo con il fluire stesso della vita. In campo psichico, la salute mentale dovrebbe corrispondere all'assenza di sofferenza e di comportamenti anomali. Tuttavia, stabilire parametri di riferimento e verificarne il rispetto è complesso, poiché il criterio di fondo scelto per definire questi parametri determinerà quale tipo di normalità si sta cercando.
La medicina moderna si orienta sempre più verso un'azione preventiva oltre che curativa. La psichiatria, in questo contesto, si è talvolta offerta come braccio secolare del potere, un rischio sempre immanente, soprattutto quando non si dota di un chiaro statuto teorico e scientifico.
Il folle, tuttavia, ha da sempre suscitato l'interesse di medici e filosofi. Ippocrate considerava la follia una malattia del cervello, distinguendola dalla credenza popolare che la vedeva come possessione demoniaca. Solo nel XVI secolo, Johann Weyer si batté per riconoscere alla follia lo statuto di malattia mentale. Nel Settecento, l'istituzione psichiatrica trovò la sua dimensione nel manicomio, con il compito principale di preservare l'isolamento del malato.
Tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, prevalse l'idea che il disturbo mentale fosse dovuto a una perversione o a un deficit della volontà. Alle terapie mediche tradizionali si affiancarono trattamenti rieducativi basati sulla restrizione della libertà. Voci più liberali, come quelle di Chiarugi e Pinel, contestarono la validità di tali trattamenti, ponendo la sofferenza del malato al centro dell'attenzione.
Nella seconda metà dell'Ottocento e all'inizio del Novecento, si intensificarono gli sforzi per comprendere le cause della malattia mentale. L'orientamento organicista trovò validazione nella scoperta dell'origine infettiva della paralisi generale. Emil Kraepelin si distinse per il suo sforzo di classificare i malati di mente in sindromi omogenee. Un orientamento diverso, precursore di quello psicodinamico, affondava le radici nell'opera di Anton Mesmer e nell'ipnosi, aprendo la strada all'idea di una dimensione inconscia della malattia mentale. Autori come Charcot, Bernheim, Janet, Freud e Jung proseguirono su questa linea, proponendo una visione etiologica della malattia mentale di per sé psicologica.
Il problema salute-malattia nella sfera mentale assume quindi un significato diverso da quello delle altre specialità mediche, convergendo elementi biologici, sociali ed esistenziali. L'individuo viene finalmente posto al centro dell'interesse, e il problema affrontato in una chiave interpretativa che separa l'idea di malattia da quella di colpa.
Tuttavia, mentre la medicina ha potuto usufruire di parametri misurabili, la psichiatria si è trovata di fronte a variabili non sempre misurabili e confrontabili. I concetti di salute, benessere e normalità sono spesso confusi, creando una significativa ambiguità semantica.
Giorgio Prodi, affrontando il problema salute/malattia, si pone nel campo dell'oggettività. La norma è data dall'oggetto ideale che rappresenta un dominio di oggetti ed eventi osservabili nei suoi parametri medi. Questo oggetto è allo stesso tempo statistico e ideale. La salute, in quest'ottica, è il risultato vitale di un insieme di correlati strutturali e funzionali. La condizione di salute/malattia mentale si decide a vari livelli, ma è l'interazione tra strutture integre e un codice linguistico a rendere possibile l'acquisizione della competenza linguistica e relazionale.
Christopher Boorse propone una definizione di salute che superi i relativismi comuni, intesa come assenza di malattia, come ideale sviluppo delle potenzialità individuali, o come valore, una condizione desiderabile. Tuttavia, in nessuno di questi casi è possibile individuare un limite di espressione dello stato di salute, né la direzione salutare dello sviluppo delle potenzialità.
La salute rimanda all'idea di unità e a una visione globale dell'uomo. La scienza medica, frammentata in molteplici specializzazioni, appare inadeguata ad affrontare la questione della salute nella sua interezza. La salute va pensata come una condizione inconsapevole che, nel momento stesso in cui viene persa, testimonia la sua inscindibile presenza nella nostra condizione naturale di uomini.
L'analisi di un comportamento, da sola, fornisce informazioni poco utili, se non fuorvianti, sulla condizione di normalità o patologia di un individuo. È fondamentale tener conto del contesto in cui tale comportamento ha luogo. L'episodio raccontato da K. Lorenz, in cui il suo "qua, qua" agli anatroccoli viene interpretato come un comportamento bizzarro dai turisti, dimostra quanto il contesto sia determinante.
La critica di R.D. Laing all'osservazione di E. Minkowski sulla servetta di ventiquattr'anni, i cui movimenti ripetitivi vengono definiti "irrazionali" secondo il punto di vista di Kraepelin, evidenzia come la fenomenologia, con figure come Jaspers e Binswanger, abbia cercato di penetrare il mondo interiore del paziente attraverso la "comprensione per immedesimazione" (Einfühlung). Tuttavia, anche questo approccio incontra un limite nel separare i vissuti comprensibili da quelli incomprensibili, tipici delle psicosi endogene.
In conclusione, il concetto di normalità in psichiatria è un'astrazione complessa, influenzata da fattori statistici, sociali, culturali e storici. La distinzione netta tra normalità e patologia è spesso illusoria e può essere utilizzata come strumento di controllo sociale. La patologia, intesa come apertura alla dimensione della sofferenza, è un aspetto ineliminabile dell'esistenza umana e può rappresentare un'opportunità di crescita e di riconfigurazione dell'equilibrio psichico.
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