L'individuo, nel suo percorso esistenziale, si trova costantemente a navigare tra la ricerca di autonomia e il bisogno innato di connessione. La condizione di "uomo single" non è un mero stato anagrafico, ma un complesso intreccio di dinamiche psicologiche che meritano un'attenta esplorazione. Sebbene la società tenda a dipingere la coppia come l'unico modello di felicità e completezza, una visione più profonda rivela le sfaccettature e le potenzialità intrinseche della vita da single, analizzandole attraverso la lente della psicoanalisi.
La Coesione Umana: Bisogno di Appartenenza e Paura della Solitudine

Dal punto di vista funzionale, ci si può chiedere che cosa succede all’individuo nel matrimonio, che cosa ne ricava. L’uomo da solo non può riprodursi e questo porta all’intenso desiderio dell’uno verso l’altro. Se eliminiamo per un attimo l’istinto di riproduzione, ci accorgiamo che il problema è quello di essere incompleti. Per cui ciò che sta dietro il matrimonio è che siamo individui ai quali manca qualcosa. Questo bisogno primordiale di completamento è il motore di molte delle nostre interazioni sociali e, in particolare, della ricerca di un partner.
Il primo elemento legato alla ricerca di sicurezza e al bisogno complementare che ne deriva di provvedere all’accudimento. Il collante sembra essere la paura della solitudine, l’angoscia, cioè, di venirsi a trovare privi di una figura di riferimento alla quale ricorrere in caso di bisogno. La fiducia di base nei confronti della persona con la quale viene stabilita una relazione diventa un requisito fondamentale. La scelta del partner è una strana mescolanza tra mito familiare, mandato inerente a esso e ricerca di soddisfacimento di bisogni più strettamente personali. La scelta del partner è espressione sottile in cui l’attenzione indotta dalla storia familiare e dell’ambiente esterno, diretta a cogliere specifici elementi di interesse nell’aspetto o nel comportamento di una particolare persona, si accompagna a una disattenzione altrettanto selettiva per tutti gli elementi del suo carattere e del rapporto con essa che potrebbero rendere problematica la relazione o contrastare con il mandato familiare.
Un modo che ha il bambino di appropriarsi del contenuto di una relazione o di affrontarne gli aspetti problematici è quello di simbolizzarla attraverso una serie di immagini e di comportamenti specifici atti a rappresentarne degli elementi particolari (un atteggiamento affettuoso o critico della madre, una sua espressione mimica, un suo modo di fare o di dire caratteristico). Sembra che frammentare quanto succede nel rapporto in più sequenze comportamentali che vengono poi congelate in una serie di immagini relative a momenti particolari gli offra la possibilità di attribuire un significato alla relazione, attraverso la costruzione di uno o più emblemi mimici.
La Dinamica della Coppia: Io, Tu, Noi e il Quid Pro Quo Coniugale
La coppia è composta di tre parti: due individui e una relazionale: io, tu, noi. Quindi, qualunque cosa una persona faccia, bisogna che l’altro risponda e questa risposta modella quella persona. Parallelamente la risposta dell’altro ne modella il sé. Questa sequenza, ripetuta, dà origine a un modello che si traduce in regole di relazione. Ciò a sua volta stabilisce i parametri del rapporto e limita o espande la vita di ciascun membro della coppia. In ogni cultura le coppie fanno una specie di metaforica contrattazione dall’inizio della relazione per determinare non solo se ci sarà o meno il matrimonio ma anche per stabilire le regole della relazione stessa. Jackson ha chiamato questo importante contratto “quid pro quo coniugale” (qualcosa per qualcos’altro) (diritti e doveri dei coniugi), cioè definire come ciascuno è in relazione all’altro.
La coesione, in questo contesto, si configura come l’equilibrio tra vicinanza e rispetto della separazione e delle differenze individuali. Un’unione è tanto più salda e più matura quanto più si è coscienti delle aree di separazione che ci differenziano dall’altro e si è in grado di accettarle. Unione e separazione sembrano procedere di pari passo e svilupparsi in un processo circolare. Non ci si può unire in modo più soddisfacente se prima non si è separati da un rapporto in cui ciascuno dei partecipanti non è in grado di riconoscere il proprio spazio personale. Svuotarsi, quindi, da rapporti passati significa anche correre il rischio di veder svuotata di significato la relazione attuale.
Il Transfert e l'Incompleta Ricerca dell'Altro

Il transfert, un concetto fondamentale nella psicoanalisi, gioca un ruolo cruciale nelle dinamiche relazionali. Ciascuno trasferisce emozioni da uno stato all’altro. L’omeostasi: lo sforzo dell’individuo di mantenere una sicurezza, una condizione di stabilità. Il fatto di raggiungere gli altri e poi perderli, il fatto che ad un certo punto sei con te stesso e in un altro sei oltre te stesso. Questo flusso e riflusso del processo della vita rende difficile il potersi accontentare di dove siamo.
Il matrimonio, in questa prospettiva, è un modello adulto d’intimità. I membri di una coppia che funziona più vivono insieme e più crescono individualmente; più sono vicini, più sono separati. Se non riescono a separarsi, non possono nemmeno aumentare l’intimità. Se non possono aumentare la loro individualità non possono nemmeno aumentare il loro stare insieme. Più sei libero di stare con gli altri, specialmente con tua moglie, più ti senti libero con te stesso. Più sei con te stesso e più puoi essere con lei.
La crisi del settimo anno o del decimo anno è il momento in cui diventa chiaro a queste due persone che non possono ricostruire l’altro. Sposo mia madre, trasferisco su questa donna che mi suscita i sentimenti che avevo per mia madre o per i miei genitori, la combinazione di papà e mamma o la combinazione dei miei genitori più i loro genitori. Quello che ne risulta è composto da un numero incredibile di componenti e penso che i fenomeni di transfert costituiscano gran parte di questa combinazione. Penso che ci siano degli aspetti di questa madre che lui cerca perché ne ha bisogno.
La Vita da Single: Un Viaggio di Autoscoperta e Resilienza
Perché Sempre Più Uomini Scelgono di Restare SINGLE
Tornando al titolo, gli uomini e l’amore in sette chiacchierate notturne. Provateci e scoprirete molto di più. Vi crolleranno pezzo per pezzo tutti gli stereotipi del caso. False etichette appiccicate a uno stato che non ha nulla di banale, sciatto, buttato là tanto per fare. Sfatiamone uno: nessuno di loro mi ha parlato di sesso, per esempio. Per carità, di sesso gli uomini parlano e ci mancherebbe. Ma niente che abbia a che fare con una dimensione liscia dell’esistenza. Poi c’è l’altro pregiudizio, quello più pesante: la presunta difficoltà a vivere le emozioni. C’è poi chi ci lavora sopra con particolare zelo, magari sul lettino dell’analista. E insomma, le cose importanti si dicono alla fine e questo va detto: ho imparato moltissimo da queste sette lunghe, interessanti confessioni al chiaro di luna. Per esempio che si fa presto a dire amore. Che è una parola breve ma lunghissima quando la vuoi spiegare. Che ha un milione di sinonimi. Che a volte è dolorosa come solo l’amore sa essere.
I sette interlocutori hanno tentennato davanti alla domanda delle domande. Prendi Gabriele, l’unico che voleva anche il cognome al grido di battaglia “non ho nulla da nascondere“. Ha 43 anni, è piemontese, da qualche giorno non è più consigliere regionale, ma è tornato a indossare la toga di avvocato civilista. Cinque mesi da single, qualche anno di analisi. “Bisogna imparare a stare da soli - dice - credo che avrei dovuto imparare a farlo molto tempo fa”. E invece, confessa Gabriele, lui la sua solitudine mancata l’ha portata dentro le relazioni. Un single accoppiato, insomma. “L’analisi mi ha aiutato moltissimo, ho capito che qualche volta ho voluto plasmare le mie storie alle mie necessità invece non funziona così, così anzi non funziona mai: le relazioni vanno costruite intorno a desideri comuni”. Io lo chiamo amore, Gabriele parla invece di appartenenza.
Che poi con altre parole è quello che sostiene Marco, 56 anni, romano ma trapiantato in Sicilia, una carriera alle spalle in un’azienda pubblica, single da cinque anni. “A me oggi non manca una relazione stabile - dice - mi manca un sogno, mi manca l’incanto, la meraviglia. Mi manca quella persona che quando la vedi senti che è una cosa speciale“. E come si fa a capirlo? “Semplice - dice - sono cose che cogli subito, bastano tre volte, tre incontri: in quel momento sai con chiarezza se fermarti o andare avanti“. Oggi Marco sta bene con se stesso: non ha bisogno, dice, di scappare dalla solitudine. Che poi secondo lui è un po’ lo sport nazionale dei suoi amici maschi. “Ti pare possibile - mi dice - che un essere umano abbia tre storie di fila da 15 anni l’una? Dai, diciamocelo: sono tutte cose che con l’amore non c’entrano nulla“. Secondo lui “la maggior parte degli uomini appartiene a questa categoria“. Quale? “Quella di chi non ha la più pallida idea del valore profondo del saper stare da soli“. Il bisogno di compagnia, insomma.
La regola dei tre incontri vale anche per Giuseppe, 31 anni, milanese esperto di digital marketing in una grande azienda. Lui esce da una storia durata più di quattro anni che dice lo ha segnato moltissimo. “E’ finita - dice - perché ho scoperto che mi tradiva: quando si era capito che non era più recuperabile sono arrivati i classici strascichi, per me dolorosissimi“. E ora, dopo la classica elaborazione del lutto, si è buttato nella mischia. Ma con idee piuttosto chiare. “Ho molto bisogno del coinvolgimento intellettuale e forse sono solo sfortunato ma non riesco a trovare pane per i miei denti“. Giuseppe esce, ha una vita piena tra lavoro, passione politica e amici. “Magari incontro qualcuna ma difficilmente arrivo alla terza uscita“. L’amore per lui “è stare bene con l’altro, bene veramente: ed è un po’ come tornare a casa“. Chiarisce, precisa, sottolinea: “Non credo sia necessario avere gli stessi interessi, anzi. Ma feeling, intesa, complicità quella sì.
A proposito di valori Bebo ha molto da raccontare. Sessant’anni, narratore e musicologo. Lui fa parte di quella generazione cresciuta a pane e politica nei mitici anni ’70. “Innamorarsi equivale a buttarsi giù dalla rupe, è avere fiducia nel mondo - dice - ma richiede molto, moltissimo impegno: e oggi non siamo tanto allenati ad amarci, a esserci, a saper tenere i pesi dell’altro, a esporre le proprie ferite, ad accogliere quelle dell’altro come una richiesta di aiuto temporanea“. Bebo registra oggi un cambio di passo. Al ribasso. “In altre stagioni della mia vita - dice - era più facile incontrare persone disponibili a lasciarsi andare alle emozioni: in passato nessuna donna ti faceva l’analisi logica della tua situazione socioeconomica e l’impressione in generale è che non ci fosse questa rincorsa, che oggi vedo accadere spesso, alla sicurezza“.
Difficile, dolorosa la storia di Valerio, 48 anni, romano di nascita, giramondo per mestiere: fa il manager in un’azienda di make-up e con cadenza abituale fa la valigia e parte per qualche angolo remoto del pianeta. Esce da poco da una storia d’amore travolgente, lei una straniera molto più giovane di lui che scompare proprio sul più bello, a un passo dalla convivenza. Per Valerio è uno shock: sta succedendo proprio a lui, single incallito fino all’incontro con A.. E ha il sapore amaro del contrappasso. “L’incontro con lei - dice - ha rimesso in discussione tutto: io ero pronto a rivoluzionare la mia vita. L’amore ti porta smantellare tutte le tue organizzazioni mentali e pratiche e la cosa meravigliosa è che lo fai con immenso piacere“. E aggiunge Valerio che “l’amore è cambiare il modo di vedere il futuro, io prima recitavo un copione che con lei si è sgretolato“. Il copione di Valerio era quello classico: la conquista seguita dalla noia, poi un’altra e un’altra ancora senza soluzione di continuità.
E la domanda è piuttosto scontata: bisogna essere pronti per amare o tutto si risolve nell’incontrare la mitologica “persona giusta”? E veniamo a Giorgio, 49 anni, romano, impiegato in una ex municipalizzata. La sua singletudine inizia tre anni fa, al termine di una relazione durata la bellezza di sedici anni. Praticamente un matrimonio. Anzi no, perché Giorgio il matrimonio lo desiderava, ma era l’unico a volerlo. Ora è in analisi “perché - dice - dopo un fallimento bisogna mettersi in discussione: e lì ho capito che per stare bene in una relazione devi saper conquistare una solida base di autonomia“. Giorgio è convinto che la rivoluzione femminista abbia fatto un gran bene anche agli uomini. “Le donne - dice - hanno fatto passi da gigante nella società e questo ha consentito a noi uomini di intavolare relazioni più autentiche, più vere, fondate sui sentimenti in uno scambio alla pari“. Ma non è tutto così roseo l’orizzonte. “Secondo me - aggiunge - si fa ancora fatica a non considerare la partner una tua propaggine, la vecchia cultura sessista si fa ancora sentire, soprattutto nelle relazioni“.
Se si guarda intorno lo spettacolo non è particolarmente entusiasmante. E parlando degli altri uomini Giorgio li incasella in due categorie: quelli con figli e quelli senza. “L’uomo di mezza età, single e senza figli - dice - per lo più soffre ancora della sindrome del collezionista: narcisisti a piede libero ai quali l’esperienza di vita non è servita alla propria evoluzione umana“. Giorgio non lo sa ma in qualche modo chiama in causa Paolo: single di mezza età senza figli e senza alcuna voglia di mettere radici in una relazione. “Sono un anaffettivo“, ci scherza su all’inizio della nostra chiacchierata. Fa il giornalista e quindi da intervistato è un osso duro. “Io incanalo il mio affetto verso il gatto“, dice subito dopo. E poi spiega: “Potrei definirmi un single costituzionale, non ho mai sentito la propensione a costruire un legame stabile con qualcuno“. Tristezza zero: “No, non sono un single afflitto - chiarisce - io sto bene così. Sono irrequieto ma tutto sommato mi va benissimo la mia indipendenza emotiva. E questo non vuol dire che nel momento in cui incontro qualcuno non abbia sentimenti, però penso a me stesso come una persona singola, e questo non è mai stato per me un problema da risolvere o uno status da modificare“. Capito? Alla faccia di chi pensa che l’amore sia quello codificato all’interno di una coppia. “L’amore è una spinta emotiva che vivo sul momento - spiega - una passione contingente, ma per quanto mi riguarda non si è mai trasformata nell’esigenza di farla diventare qualcosa di stabile. L’amore per me non significa durata“. Paolo va in analisi ma non vuole parlarne, fatti suoi in fondo. Però rimette subito a posto chi gli chiede se per caso non abbia un filo di paura a vivere le emozioni. “No, non credo: io ci sono rimasto sotto ad alcune relazioni finite male, sono dimagrito, ho sofferto, sudavo, cose terribili, contorcimenti.
Sette ore di conversazioni registrate testimoniano la complessità delle esperienze maschili riguardo all'amore e alle relazioni. Parole sul genere femminile, sulle relazioni ai tempi dei nostri genitori, di come si chiude una storia che, dicono, è altrettanto importante di come la si inizia. Di tradimenti, separazioni, addii. La maggior parte di noi è stata single. Parecchie volte. Abbiamo combattuto (o forse combattiamo tuttora) contro la solitudine e il rifiuto. Spesso abbiamo pensato di non essere abbastanza desiderabili. Spesso abbiamo cercato di far conoscere un’altra versione di noi stessi. Vogliamo amare qualcuno. Quello che c'è di sbagliato, è perdersi perché non abbiamo nessuno da amare. Molti non amano essere single, e tendono a perdersi nelle loro relazioni. Iniziano una nuova relazione, forse troppo velocemente dopo l’ultima rottura. In pochi giorni si ritrovano “di nuovo sul mercato”, alla ricerca di qualcun altro con cui perdersi. Perché molti non vogliono e non amano rimanere soli. Per varie ragioni: non vogliono mangiare da soli, amano troppo il sesso, perché hanno costantemente bisogno di quel brivido d’amore… Ma a un livello più profondo, perché vogliono dimostrare a se stessi di essere desiderabili, amabili e degni. Ed è davvero difficile sentirsi così un venerdì sera, quando si è soli a casa a gestire i propri sentimenti. Possiamo tutti, in un dato momento, sentire quella profonda solitudine, quella che ti impedisce di lavarti i capelli o di indossare qualcosa di diverso dal pigiama. Possiamo essere rifiutati da donne o uomini che amiamo davvero. Tutti possiamo cercare di essere qualcuno che in realtà non siamo pur di stare con qualcun altro.
Siamo stati programmati in tenera età in questo modo: ci insegnano che la felicità non coincide con lo stare da soli (spoiler: è un mito di cui dovremmo liberarci, una volta per tutte). Hai bisogno di un ragazzo, di un uomo che venga con te al ballo della scuola, di un marito che ti ami e viceversa per gli uomini. Se sei single, sei incompleto, imperfetto e inferiore. Sedersi soli in un ristorante significa che qualcosa non va in te o nella tua vita. Spesso, quando siamo single, cerchiamo un partner disperatamente. Ci nascondiamo, aspettiamo e speriamo di trovare il nostro valore in qualcun altro. Quindi, quando finalmente incontriamo qualcuno offriamo una versione tiepida, sconnessa e spaventata di noi stessi, una versione piena di disperazione e pressione per far funzionare la relazione, perché l'ultima volta era vicina al successo. Ma c'erano anche dei problemi. Le relazioni sono già abbastanza difficili. Stai perdendo un enorme passo, un passo fondamentale nel processo della tua evoluzione. Prendi ciò che hai imparato dalla tua ultima relazione e cresci per essere una nuova persona, una persona con nuove definizioni e prospettive. Tutto il bagaglio che ti porti dietro in una nuova relazione creerà solo nuovi problemi e conflitti che devi risolvere, e la maggior parte delle persone non lo fa. Perché non ha mai avuto gli strumenti dal momento che si è sempre concentrata solo sulla ricerca di qualcuno. Quando sei in una relazione, sei meno motivato/a a esaminare la "scatola nera" di ciò che è accaduto nelle tue relazioni precedenti. Stai vivendo una situazione nuova adesso e sei concentrato/a sulla novità. Quindi le possibilità che tu faccia davvero i conti con te stesso/a - imparare, crescere e diventare una versione migliore di te stesso/a - sono esponenzialmente inferiori.
Questo è il motivo per cui il terreno di crescita è così maledettamente ricco quando si è single. Hai un tempo per lavorare su te stesso/a e sulla tua vita prima di incontrare qualcun altro. Ciò non significa che tu non possa diventare una versione migliore di te quando hai una relazione. Ma ammettiamolo: quando sei in una relazione, stai costruendo qualcosa con qualcun altro. È quindi fondamentale approfittare del tempo in cui non hai una relazione. Invece di cercare qualcuno con cui stare, devi esplorare te stesso/a. I tuoi modelli. Le tue definizioni. Cosa ti piace e perché. I tuoi sogni. Il segno che vuoi lasciare in questo mondo. Devi esplorare la tua relazione con te stesso/a. Avere una relazione di coppia è difficile. Vivere e costruire una relazione con qualcuno lo è. Le persone crescono e cambiano. I nostri desideri e bisogni cambiano, mentre cambiamo anche noi. "E vissero per sempre felici e contenti". Cosa significa tutto questo? Significa che non devi avere fretta. L'esplorazione è lo strumento migliore. Non dobbiamo correre verso niente. Tranne che verso noi stessi. Non esiste un modello che funzioni per tutti. Dobbiamo creare il nostro. Questo è tutto. Esplora la vita con le tue definizioni. Lascia andare le vecchie credenze tramandate dai tuoi genitori e dalla società. Riprendi il potere sulla tua vita costruendo un’esistenza onesta con te stesso. L'idea che ci sia solo una persona con cui dovresti stare per sempre è sì, molto romantica, ma anche limitante e non sempre realistica. La verità è che "la persona giusta" è quella che scegli di amare. Adesso. Ma prima ancora ci sei tu. La prima persona giusta che devi amare - e in questo caso sì, per sempre- sei tu. Scegliere noi stessi è una pratica a cui non siamo abituati. Perché siamo stati programmati per scegliere qualcun altro. E questa programmazione si traduce in modelli di comportamento malsani che portano rabbia e risentimento, che ci fanno sentire invisibili e inascoltati. Essere single perché vuoi esserlo non significa esserlo per sempre, tantomeno significa essere anti-relazionale. Probabilmente ti starai chiedendo: e se non dovessi trovare quel qualcuno? Ricorda: nessuno ci completa, l’altra metà della mela non esiste, e non è vero che la vita ha senso solo quando troviamo l’altra metà. Siamo esseri interi e la nostra felicità dipende esclusivamente da noi stessi e da nessun altro. Nessuno dovrebbe portarsi sulle spalle la responsabilità di completare quello che ci manca: cresciamo con noi stessi.
La Felicità al di là della Coppia: Una Prospettiva di Ricerca

Stando alla leggenda, donne e romanticismo sarebbero un binomio indissolubile, ma una nuova indagine pubblicata su Behavioral and Brain Sciences mette in discussione questa credenza… Invero sarebbero gli uomini a tenere di più alla dimensione sentimentale, nella coppia. L’epilogo di una relazione li vedrebbe affranti, tanto da spingerli subito a cercare un’altra compagna. Gli uomini single sarebbero meno felici rispetto alle donne single, poiché dal legame di coppia tenderebbero a ricavare maggiori benefici fisici e mentali. «Ai maschi si sconsiglia di mostrare la propria vulnerabilità», spiega Iris Wahring, coordinatrice dello studio. I genitori tendono a enfatizzare un linguaggio incentrato sulle emozioni più con le figlie femmine che con i maschi, ai quali viene spesso insegnato che mostrarsi tristi è sconveniente. Tutto ciò contribuisce a formare uomini più chiusi, che vivono con imbarazzo e disagio l’idea di cercare supporto emotivo presso amici e familiari. Le donne, al contrario, hanno una rete sociale più ampia, si sfogano con i loro beniamini e, per questo, dipendono meno dal proprio uomo, emotivamente parlando. I risultati della ricerca in oggetto dovrebbero motivarci, a prescindere dal nostro sesso, a investire in relazioni non solo romantiche, ma anche di amicizia. Ciò scongiurerebbe il rischio di rimanere soli, se non in coppia. Sin dalla più tenera età, i maschi andrebbero educati ad accogliere le proprie fragilità e a non averne troppo pudore, cosicché, all’occorrenza, non temano l’idea di invocare il supporto emotivo di un amico o familiare che sia. Non è necessario accompagnarsi a un partner per sentirsi compresi e accolti. Essere single al giorno d’oggi (e soprattutto nelle grandi città) è qualcosa di “normale”. Nonostante ciò i single (specialmente le donne) ad un certo punto iniziano a lamentarsi della loro condizione, soprattutto nel momento in cui le proprie amicizie passano allo status di “fidanzato/a”. La capacità di innamorarsi appare spesso essere inversamente proporzionale al tempo che passa: sempre più difficile quanto più si cresce. Come uscirne allora? Probabilmente la migliore strategia è fare proprio appello alla propria forza, anziché aspettarsi che una persona esterna sia in grado di sostituirsi ad essa.
Roma, 21 ago. (AdnKronos Salute) - Non è obbligatorio essere in coppia per essere felici. Anzi: alcune persone stanno altrettanto bene sia con un partner che da single. E' quanto emerge da una ricerca pubblicata su 'Society for Personality and Social Psychology', secondo cui i single felici sono in genere persone che temono i conflitti relazionali. "E' piuttosto ben documentato che i single tendono a essere meno felici rispetto a chi ha una relazione, ma questo - avverte Yuthika Girme, psicologa dell'University of Auckland in Nuova Zelanda - può non essere vero per tutti. Anche i single possono avere vite soddisfacenti" e felici. Il team ha esaminato oltre 4 mila neozelandesi. Ebbene, le persone 'allergiche' ai conflitti e agli scontri con il partner, sono risultati felice sia da sole che in coppia. Nel primo caso, infatti, si finisce per rimuovere alcuni dei detonatori dell'ansia che avvelenano il rapporto in queste persone. Problemi legati proprio agli scontri e ai dissidi con il compagno. Un effetto collaterale positivo, che invece non contagia le persone meno preoccupate all'idea di una relazione tormentata. Queste ultime, infatti, da single sono in genere meno felici e soddisfatte della propria vita rispetto a quando sono in coppia. La ricerca ha incluso soggetti dai 18 ai 94 anni e con relazioni in corso o alle spalle, durate in media 22 anni. Un quinto dei volontari era single al momento dello studio. Cercare in tutti i modi di evitare i conflitti con il partner può, in effetti, finire per creare diversi problemi, dice Girme. In pratica, questo atteggiamento può avere effetti negativi su chi è in coppia, contribuendo ad alimentare ansia, solitudine, insoddisfazione per la propria vita e inclinazione ad arrovellarsi sui ricordi negativi. Oggi il numero dei single è in aumento, e negli Stati Uniti ormai si contano 128 milioni di 'solitari', il 51% della popolazione adulta.
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